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Tra Re, Regine e morti ammazzati (I)

Giallo e Scacchi…

Per i lettori di “Scacchierando” riprendo in mano alcuni scritti e recensioni che dimostrano lo stretto legame fra il giallo e gli scacchi…
Per entrare in argomento prendo spunto dal bell’articolo di Alberto Miatello “Le straordinarie analogie tra pensiero scacchistico e indagine poliziesca” pubblicato su “L’Italia Scacchistica” del maggio 2005, che mette bene in rilievo i molti punti di contatto tra le due attività mentali “Nel racconto giallo abbiamo sempre il medesimo problema: un delitto e la scoperta del suo autore, oppure (quando il colpevole è noto fin dall’inizio) l’appassionante descrizione delle modalità logiche e intuitive con cui l’investigatore arriva “a ritroso” a scoprire l’assassino. Negli scacchi il problema logico è abbastanza simile: una posizione sulla scacchiera e la scoperta della mossa migliore…Ovviamente in una partita il problema logico si ripete decine di volte, tante quante sono le mosse giocate dai due scacchisti, mentre in uno studio, o in un problema, la soluzione è una sola…Altro modo assolutamente identico, sia nell’investigazione poliziesca sia nell’analisi scacchistica, è il “criterio” dell’esclusione. Lo scacchista, per arrivare alla variante giudicata migliore, non potendo ovviamente analizzarle tutte in una partita a tavolino, spesso ci arriva scartando quelle che sicuramente non vanno bene. Allo stesso modo l’investigatore, dopo avere concentrato l’attenzione su di una rosa di sospettabili, a volte arriva al colpevole eliminando coloro che sicuramente non possono aver commesso il delitto”. Insomma uno scacchista potrebbe diventare benissimo un buon commissario e viceversa. Non è un caso, quindi, che in molti romanzi gialli compaiano gli scacchi o addirittura ne siano l’elemento principale. Ultimamente leggendo Un caso per tre detective di Leo Bruce, Polillo 2010, a pag. 10, a proposito della letteratura poliziesca, uno dei personaggi “Voglio dire che questa narrativa è diventata una specie di partita a scacchi fra l’autore e il lettore”. Stesso concetto ripetuto nella pagina seguente. A pagina 123 Lord Simon, uno dei tre detective del romanzo “sorseggiava delicatamente il suo brandy, con l’aria di considerare l’indagine un appassionato gioco di scacchi…”. E siamo nel 1936…
Andiamo avanti. Il giallo non è un’opinione. Come la matematica. Ce lo spiega Carlo Toffalori in Il matematico in giallo, Guanda 2008.Con l’appetitoso sottotitolo “Una lettura scientifica del romanzo poliziesco”. Che la matematica, ovvero il ragionamento logico e scientifico, stia alla base di questo genere letterario lo sappiamo fin dalla sua nascita, quando il “padre” Edgar Allan Poe tirò fuori dal cilindro delle invenzioni quell’Auguste Dupin che del ragionamento matematico, appunto, fece l’arma principale dei suoi successi investigativi. Dopo di lui una serie impressionante di detective che hanno seguito le sue orme. Chi più, chi meno, come succede in tutte le cose. Basti citare Sherlock Holmes e pure il suo mortale nemico, il professor Moriarty
Fra matematica e logica non potevano mancare diversi riferimenti al gioco degli scacchi, che si introducono con grande sicurezza in questo contesto così perfetto e razionale. Un libro ricco di spunti interessanti. Lo consiglio sia ai giallisti che agli scacchisti. Se poi uno legge i gialli e gioca a scacchi, meglio ancora.

Caro Caino di Ignacio García Valiño, Piemme 2010.

Una famiglia come tante altre: il padre Carlos Alberto, la madre Coral Arce, un figlio Nico (Nicolas), una figlia più piccola Diana, la governante Araceli, il cane Argos. Bella villa, Mercedes 600 metallizzata, il solito Armani che si infila tranquillamente nei polizieschi, questa volta sotto forma di profumo, a darci l’idea di un discreto benessere.
Tutto filerebbe liscio come l’olio se il giovane Nico, appassionato in modo ossessivo agli scacchi, non tenesse un atteggiamento fortemente ribelle e provocatorio verso i genitori, in modo particolare contro il padre. La sua reazione fredda e distaccata alla morte del cane Argo travolto da un camion, induce Carlos a chiedere l’aiuto dello psicologo Julio Omeda, perché riesca a capire quali problemi siano alla base del comportamento inusuale del figlio.
Anche Julio è appassionato di scacchi, anzi è proprio un Maestro Fide con una discreta esperienza alle spalle e proprio attraverso questo giuoco cercherà di stabilire un rapporto con il ragazzo, introducendolo nel locale circolo di scacchi. Ma lo psicologo è stato (vedi il destino) per un certo periodo fidanzato con Coral Arce e la situazione si complica.
Un romanzo quasi tutto incentrato sulla figura del piccolo demonio (della razza di Caino da cui il titolo) capace di programmare piani diabolici che mettono in agitazione la famiglia e semina dubbi a chi vorrebbe capirlo e correggerlo. Nello stesso tempo un affresco, non sempre veritiero sul gioco e sul mondo degli scacchi (mi riferisco ad esempio alla tecnica dell’”adescamento” ritenuta antisportiva mentre fa semplicemente parte del bagaglio tattico di ogni giocatore), con rievocazioni di grandi campioni del passato, di partite storiche e analisi di quelle di Nico.
Tutto quanto un po’ artificioso, gonfiato, poco credibile compresa la soluzione finale con la palese sensazione che, per creare un astutissimo mostriciattolo, si sia superato il limite.

Scacco alla Regina, di Robert Löhr, Bompiani 2006.

“Vienna 1770. Al cospetto dell’imperatore d’Austria e Ungheria, e di tutta la Sua corte, Wolfgang von Kempelen, nobile giurista e inventore ungherese, si appresta a presentare la più prestigiosa creatura che il genio umano abbia concepito…”. Molti fra i giallisti-scacchisti avranno già capito. Trattasi del famoso automa il Turco, una macchina che sapeva giocare a scacchi! E che immancabilmente sconfiggeva tutti gli avversari. In realtà questo marchingegno era una specie di “Cavallo di Troia” che nascondeva al suo interno un formidabile giocatore di dimensioni piuttosto ridotte. Un nano. Da questo fatto vero l’autore trae lo spunto per costruire una storia ricca di “Eros, tradimenti, astuzie, morte…”.
Il libro si apre con l’incontro avvenuto “in una grigia mattina di novembre dell’anno 1769” nel carcere dei piombi di Venezia tra il detenuto Tibor Scardanelli, una specie di nanerottolo, anzi proprio un nano, e il cavaliere Wolfgang von Kempelen di Presburgo consigliere di corte della regina Maria Teresa che lo sfida ad una partita a scacchi. Con una regola ad handicap. Il detenuto deve giocare senza la Regina. Il quale detenuto gioca e vince. E’ quello che ci vuole per Kempelen che ha promesso a Maria Teresa di creare in sei mesi una invenzione tale da oscurare i giochi di prestigio del fisico francese Pellettier (gli sta ampiamente sulle scatole). Sua idea una macchina che gioca a scacchi. Con l’astuzia, già detta, di inserire il più forte giocatore in circolazione, in questo caso Tibor secondo le sue informazioni, all’interno del congegno. Tibor rifiuta per la paura di essere scoperto ma, uscito dal carcere, uccide un mercante che gli ha rubato la scacchiera ed è stato causa della sua carcerazione. Così, pur di non rischiare nuovamente la galera (i Piombi non erano noccioline), si vede costretto ad accettare l’offerta dello spericolato inventore. Poiché non deve essere visto dalla popolazione, dovrà restare quasi sempre recluso nella sua casa. I lavori per rendere perfettamente funzionante la macchina degli scacchi sono lunghi e complessi ma vengono terminati nel tempo prestabilito. La dimostrazione davanti alla Regina ha completo successo e ne fa le spese lo studioso di meccanica Friedrich Knaus a sua volta inventore di un androide che scriveva. Da qui nascono sospetti e diffidenze ed una serie di avventure anche a sfondo sessuale che coinvolgono Tibor e Jakob, l’assistente di Kempelen, che decidono di uscire di nascosto dalla casa, disattendendo agli ordini del padrone. E vengono fuori anche morti ammazzati come in un giallo che si rispetti.
“Scacco alla Regina” è un giallo scacchistico o un romanzo di scacchi dove si insinua anche il giallo. Dovrei parlarne bene, perché in definitiva mette insieme due delle mie passioni principali. E invece dopo un inizio promettente e ricco di aspettative il romanzo si intorcina su se stesso con una serie incredibile (e improbabile) di avvenimenti che tendono solo a meravigliare e a capovolgere le aspettative del lettore. Certe scene, poi, di sesso e di amoreggiamento con il nano (che suscita sempre un po’ di morbosa curiosità) e addirittura con lo stesso Turco mi sembrano tirate per i capelli. Nonostante questo (e qualche altra sottigliezza) il libro è da leggere non fosse altro per conoscere le mirabolanti imprese del Turco, la macchina infernale del barone von Kempelen che meravigliò le corti di mezza Europa.

P.S.
Nel 1826 il Turco viene portato da un nuovo padrone addirittura negli Stati Uniti. A Richmond tra gli spettatori c’è anche Edgar Allan Poe che in seguito nel suo saggio “Il giocatore di scacchi di Malzel” spiega i motivi per cui il Turco non può essere un automa. Un occhio alla Dupin!

La mossa dell’Alfiere di Diane A.S. Stuckart, Nord edizioni 2009.

Milano 1483. Ludovico Sforza detto il Moro e l’ambasciatore di Francia Monsieur Villasse si giocano a scacchi viventi un piccolo dipinto di Leonardo. Il conte di Ferrara, cugino del Moro, che rappresenta l’Alfiere bianco, viene trovato morto nel cortile del castello ucciso da un coltello che reca lo stemma dello stesso Sforza. Ad indagare sull’accaduto il celebre Leonardo, aiutato dal nuovo apprendista Dino. Che poi proprio Dino non è, dato che trattasi di una dolce fanciulla, Delfina, scappata di casa con la benedizione del padre a seguire i suoi sogni “pittorici”. Per non farsi riconoscere si è travestita da maschietto, il che gli procura qualche problemuccio nel rapporto con gli altri apprendisti e con una certa Marcella.
Oltre la storia poliziesca, resa più complicata da un altro morto ammazzato, dalla sparizione di un servitore, dal ritrovamento di un pezzo degli scacchi (probabilmente una Regina) al cui interno si nasconde una piccola chiave misteriosa e di una lettera scritta in latino, si alternano e si mischiano fra loro: la storia personale della ragazza, spunti sulla società del tempo, in modo particolare sul lavoro del pittore (preparazione dei colori, pittura a secco, affresco…), il rapporto politico tra la Francia e lo stato di Milano, qualche notazione sul gioco e sulla evoluzione degli scacchi e sulla figura dello stesso Leonardo da Vinci, il grande artista, organizzatore degli spettacoli di corte, chiamato ad abbellire il palazzo del Moro con sculture e pitture, creatore di macchine belliche e di vari marchingegni. Figura un po’ fiacca e stereotipata, a dir la verità. Il tutto narrato in prima persona da Dino-Delfina che cerca in ogni modo di allontanare i sospetti di un rapporto troppo amichevole e ravvicinato con il Maestro.
Scrittura pulita, lineare, a tratti direi quasi scolastica e come scontata senza quella presa diretta che ho trovato in altri lavori similari.

Avevo già letto il libro che sto per presentarvi. Un capolavoro assoluto della letteratura gialla o poliziesca che dir si voglia. Ma non ricordavo tutti i particolari e solo in parte la suggestione emotiva che mi aveva procurato al primo impatto. Ho deciso, perciò, di rileggere L’enigma dell’Alfiere di S.S.Van Dine, Mondadori 2007.

“New York, ruggenti anni venti. Un sinistro, imprevedibile assassino si macchia di una serie efferati delitti ispirandosi a una filastrocca infantile. I principali sospettati sono tutti eminenti personalità della metropoli. Spetterà a Philo Vance, esteta raffinato e investigatore dalla mente labirintica, affrontare un genio criminale tanto letale quanto perverso”.
Ma come c’entrano gli scacchi con questa storia? C’entrano, eccome, perché l’assassino si firma con il nomignolo di “Bishop” che in inglese vuole dire sia “Vescovo” che “Alfiere”, uno dei pezzi del gioco degli scacchi. E proprio un Alfiere nero viene lasciato sul luogo del delitto. Alcuni dei sospettati, naturalmente, conoscono questo giuoco. Ce n’è uno, Pardee, che addirittura ha inventato un gambetto (un modo di iniziare la partita con un sacrificio per lo più di pedone) che porta il suo nome e che affronta anche il mitico Rubinstein nel celebre Manhattan Chess Club. Sembra proprio lui l’assassino, quando viene trovato ucciso con un colpo di pistola e la faccenda si complica.
Ma più che l’architettura complessiva della trama con il relativo colpo finale a sorpresa (un po’ troppo a sorpresa a dir la verità) qui chi colpisce davvero, chi attira l’attenzione del lettore è il nostro Philo Vance, l’aristocratico, il colto e mellifluo Philo Vance intorno al quale ruotano tutti gli altri personaggi. Costretto ad interrompere “la traduzione omogenea dei principali frammenti di Menandro scoperti nei papiri egizi agli inizi del secolo”, per seguire questo caso. E chi già aveva conosciuto il Nostro attraverso La strana morte del signor Benson e La canarina assassinata (ce n’è anche un altro di cui non ricordo il titolo) si può ben immaginare il sacrificio a cui è costretto e di conseguenza l’importanza della storia a cui dovrà assistere e partecipare attivamente. Che gettò l’intera città di New York nel panico più assoluto come nella Londra di Jack lo Squartatore del 1888, o nella Hannover del lupo mannaro Harmann del 1923, opportunamente sottolineato in una nota del libro dallo stesso narratore, l’amico e consulente legale Van Dine. Tanto per aumentare la tensione e attirare ancor più l’interesse del lettore. Ed anche questa volta la scena è tutta per lui, per questo dandy americano, quasi copia perfetta di lord Wimsey della Sayers, che parla e veste in maniera elegante e forbita. Gli anni della loro nascita letteraria sono quasi gli stessi. Peter Wimsey nasce nel 1923 e Philo Vance (interpretato magistralmente alla televisione da Giorgio Albertazzi) tre anni dopo con “La morte del signor Benson” già citato. Dalla penna di Willard Huntington Wright, giornalista e critico d’arte americano che usò lo pseudonimo di S.S.Van Dine. Quasi un destino. Willard si ammala di tubercolosi e deve essere ricoverato per due anni in sanatorio. Non sapendo cosa fare si mette a leggere romanzi polizieschi di ogni tipo tanto da diventarne un vero esperto. Quando esce dal sanatorio incomincia a scrivere e crea questo famoso personaggio.
Sarò pure cinico come lettore ma in questo caso, (solo in questo caso, per carità) santa tubercolosi!

Il fuoco di Katherine Neville, Mondadori 2009.

Per togliermi in parte dagli impicci “A dodici anni, Alexandra Solarin era già una grande promessa degli scacchi, conosciuta a livello internazionale. Ma è stata costretta a rinunciare alla sua grande passione dopo aver assistito alla morte del padre, ucciso da un cecchino sulla gradinata di un monastero presso Mosca dove lui l’aveva accompagnata a un torneo nell’autunno del 1993. Poco prima una misteriosa donna aveva consegnato alla ragazzina uno strano biglietto che le raccomandava “attenzione al fuoco”, strumento principale della scienza alchemica”.
Fin qui niente di male se non ci fosse di mezzo un’antichissima scacchiera che da sempre si ritiene racchiuda un grande potere. Sepolta per mille anni viene riportata alla luce ed i pezzi sparpagliati per il mondo per non farli cadere nelle mani sbagliate (di chi?). E allora fioccano mille domande. Qualcuno è riuscito a ritrovare tutti i pezzi? È ricominciata la Grande Partita? Chi è la Regina Bianca e la Regina Nera? Che cosa c’entrano Lord Byron e Percy Shelley? E Letizia Bonaparte? E se la Regina bianca fosse proprio Alexandra? E che cosa ci stanno a fare Thomas Jefferson e Benjamin Franklin in questa storia? E Alexandre Dumas e lo scienziato Fourier e addirittura Vitruvio e Palladio? Perché la madre di Alexandra l’ha invitata in un posto e non si fa trovare? E suo padre è morto davvero? E via ancora di questo passo con il cervello che incomincia a bollire.
Se a tutto ciò (e tralascio volutamente il resto) si aggiungono continui sbalzi temporali e geografici, storie su storie intrecciate fra di loro, racconti dentro i racconti come le scatole cinesi, movimenti di qua e di là, decifrazioni di codici misteriosi ecc…eccc… immaginatevi lo sforzo di comprensione.
Alla fine della lettura occhi a panda gigante. Non chiedetemi altro e…In bocca al lupo!

La tavola fiamminga di Arturo Pérez Reverte, Il Saggiatore 2008.

Dunque un antico quadro fiammingo del XV secolo e una frase enigmatica “Quis necavit equitem?”, ovvero “Chi ha ucciso il cavaliere?” a caratteri gotici venuta alla luce per mezzo di raggi infrarossi durante il restauro da parte di Julia. Il quadro ritrae una partita a scacchi (questo è anche il suo titolo) tra un cavaliere assassinato e il suo principe che, forse, è addirittura il mandante dell’omicidio. La chiave del mistero sta nel ricostruire a ritroso, attraverso cioè una analisi retrospettiva, tutta la partita. E questo può essere fatto con l’aiuto dell’esperto di scacchi e di matematica Munõz. Un personaggio singolare dall’aspetto dimesso ( a Julia sembra “un anonimo impiegato”) che nutre una estrema fiducia nelle leggi della Logica (messe bene in rilievo da Carlo Toffalori nel suo “Il matematico in giallo”, Guanda 2008). E che tira fuori la frase, ormai diventata famosa, “Io direi che, più che con l’arte della guerra, gli scacchi hanno a che fare con l’arte dell’omicidio”.
Il passato entra poi prepotentemente nel presente attraverso una serie di orrendi delitti che sembrano essere collegati a questo ritrovamento e coinvolgono la giovane Julia. E dal fatto che l’assassino vuole continuare a giocare l’antica partita. Una partita particolare in cui gli stessi personaggi diventano i pezzi degli scacchi.
“Quis necavit equitem?” ritorna più volte, direi rimbomba più volte, lungo tutto il romanzo anche quando non viene menzionata, per mantenere un’atmosfera di mistero, coinvolgente e a tratti quasi gotica. Julia ”Era davvero intrigata dal quadro e dall’iscrizione nascosta; ma non si trattava solo di questo. La cosa più sconcertante era che, allo stesso tempo, provava una strana apprensione. Come quando era piccola e in cima alle scale di casa doveva farsi forza per affacciare la testa dentro il solaio buio”. Oppure “Ma la paura che Julia aveva appena scoperto era diversa. Nuova, insolita, sconosciuta fino ad allora, maturata all’ombra del Male con la M maiuscola, iniziale di ciò che sta all’origine della sofferenza e del dolore”. Infine “Julia guardò innanzi a sé, continuando a camminare. Tutti i suoi muscoli lottavano contro la necessità imperiosa di mettersi a correre, come quando era piccola e attraversava l’androne buio di casa sua, prima di salire d’un balzo le scale e bussare alla porta”.
La parte finale, quella dello smascheramento dell’assassino, lascia un po’ a desiderare. Ma non si può avere tutto. Stile sicuro, deciso, ritmo serrato. Da vero scrittore.
Il “New York Times” lo giudicò alla sua uscita “geniale, elegante, sofisticato”. Io lo considero un buon libro. Buono davvero.

Zugzwang mossa obbligata di Ronan Bennett, Ponte alle Grazie 2007.

“La Rivoluzione è alle porte: San Pietroburgo è una città vitale e travolgente, centro nevralgico di una nazione in bilico sull’orlo di un cambiamento epocale. Qui la cavalleria prova a ricacciare indietro lo spettro del comunismo; l’antisemitismo mostra il suo volto più scellerato; lo zar è l’ago di una bilancia impazzita e un grande torneo di scacchi sta per iniziare: In un giorno di marzo, Gul’ko, rispettabile direttore di giornale, viene assassinato. Cinque giorni dopo il dottor Otto Spethmann, famoso psicanalista freudiano, riceve la visita della polizia. La città è una ragnatela inestricabile di complotti in cui paiono coinvolti tutti: la sua adorata e ribelle figlia; un campione di scacchi in crisi; un virtuoso del violino donnaiolo e spendaccione; una signora dell’alta società tormentata da un incubo ricorrente. Spethmann è molto preoccupato e cerca, armato di una conoscenza profonda dell’animo umano e dei suoi istinti più nascosti, di dipanare il filo oscuro delle relazioni, di comprendere i movimenti che spingono all’azione. Sulla sua scacchiera, disputa una partita reale e una simbolica nel tentativo di organizzare e non farsi travolgere dalle strepitose forze -politiche, storiche ed erotiche- che turbinano intorno a lui”.
Dopo un inizio abbastanza interessante poi il romanzo si dimostra per quello che è: un rimpasto raffazzonato di spy-story, di macchinazioni politiche, di amore e sesso, tirato spesso via anche in modo brusco sia dal punto di vista espressivo che della concretezza della trama, con gli scacchi che poi c’entrano e non c’entrano e sembrano tirati in mezzo a forza. Di bello c’è (anzi ci sarebbe se fosse stato sfruttato) il grande torneo di San Pietroburgo del 1914 che vide radunati i migliori giocatori dell’epoca come Lasker, Capablanca e Rubinstein impersonato qui dal povero Rozental tenuto in cura da Spethmann e la partita tra Spethmann-Kopelzon che ricalca la King-Sokolov giocata in Svizzera nel 2000. Ma basta una raccolta di partite decente per rivederla. E si risparmiano i soldi del libro.

L’altra verità-Omicidio sulla scacchiera di Mario Filippo Caliò, edito dallo stesso Caliò nel 2007.

Marco Jorio lavora come investigatore nella Celbus Investigazioni di Milano sotto il dottor Santetti. Magro come un chiodo, volitivo e caparbio ama il suo lavoro e riesce a concludere brillantemente le indagini che gli affida il suo capo. Fra cui quella di ritrovare il “Rosso”, ovvero Max, fratello della contessa Mafalda Colonna, la cliente che, sebbene “mignotta” (o proprio per questo, aggiungo io), frequenta i salotti migliori di Milano. Suo collega Vincenzo Cangiello, napoletano verace e la signorina Interlizzi, anziana e rotondetta impiegata. Accanto a questo problema abbiamo anche una finta esecuzione di un barbone con a capo il suddetto Max e una serie di domande che assillano il lettore: questa contessa vuole davvero ritrovare suo fratello, oppure un tizio di nome Fritz, amico intimo di suo fratello, ricettatore di merci di dubbia provenienza? E perché questo Fritz viene ucciso? Che cosa cercava l’assassino nella sua casa? E con chi stava giocando una partita a scacchi? E che cosa ha di così particolare questa partita? E perché la posizione dei pezzi sulla scacchiera è diversa da quella ricavabile da un foglio in cui sono trascritte le mosse? Perché la prima è stata sostituita? Dunque in quella stanza sono entrate due persone prima dell’arrivo del nostro detective e dunque l’assassino sa giocare a scacchi. E a scacchi sanno giocare diversi personaggi tra cui il ragioniere Antoniazzi, la stessa Mafalda, un prete amico di Mafalda e così via.
La storia è raccontata dal detective in prima persona e in terza sono raccolti brevi spunti riassuntivi in corsivo. Stile simpatico, a volte sopra le righe (esagerato, insomma), trama complicata il giusto (forse anche troppo) con relative sorprese e “coincidenze”. Idea di base accettabile. Direi di inserirlo senza farla troppo lunga nel reparto giallo-scacchi della propria libreria. Non è un capolavoro ma nemmeno una schifezza.
Questo ultimo non è un giallo ma è troppo bello per non essere ricordato.

Scacco perpetuo di Icchokas Meras, Giuntina 2007.

Siamo nel ghetto di Vilnius dove sono rinchiusi gli ebrei. Storia della famiglia di Abraham Lipman (ma non solo) a cominciare da Isaac. Che deve giocare una partita a scacchi con Schoger, l’aguzzino del ghetto. Se perde sarà male per tutti ma lui resterà in vita; se vince andrà bene per loro ma lui morirà; se infine patta tutti saranno contenti. Dunque la famiglia Lipman: c’è Isaac innamorato di Ester, lei sedici anni, lui diciassette e mezzo. Un affetto puro e sincero fatto di sguardi, di tenere parole. C’è sua sorella Ina, una volta famosa cantante lirica costretta a lasciare la sua arte, c’è Rakel che ha dato alla luce un bambino artificiale, c’è Bassia, ragazza di strada che non accetta l’amore del nemico e la libertà, c’è la storia di Haim che voleva far saltare la Gestapo, c’è la storia di Kasriel che sa della sua debolezza, sa di non resistere ai tormenti di Schoger e si impicca su consiglio del padre, c’è la storia di Janek catturato e poi scappato, c’è la storia toccante di Riva e Antanas che combattono fino all’ultimo uniti dal loro sentimento di amore, c’è la storia della piccola Teibele impiccata a nove anni, c’è la storia di Abraham Lipman costretto a venire ad un accordo con Schoger già accennato e alla fine meglio precisato: se suo figlio vince la partita a scacchi i bambini del ghetto non verranno portati via; se perde resterà vivo ma i bambini saranno presi, se patta vivrà insieme ai bambini nel ghetto. E da tutte queste storie vengono fuori gli orrori più disparati e bestiali verso gli ebrei, le umiliazioni, le punizioni, ma anche la voglia di amore, di essere una persona viva, vera, il desiderio dei prati, dell’aria aperta, dei fiori, di riscatto, di organizzarsi, di diventare partigiani, di resistere. In quel piccolo mondo rinchiuso c’è tutto il male e tutto il bene dell’umanità. E la luna, il cielo, le stelle, la brezza dalle mille dita e la natura tutta a suscitare un’emozione o a dare conforto. Insieme al silenzio del mondo.
E c’è la partita a scacchi come simbolo di riscatto, come lotta fra il giusto e l’ingiusto. Una partita seguita dagli abitanti del ghetto che piano piano si stringono intorno a Schoger. E quando Isaac annuncia la vittoria la stretta diventa mortale. Almeno per una volta giustizia è fatta, anche se questo tipo di giustizia non è contemplato da nostro Signore.
Stile semplice, secco, preciso. Non una parola di troppo, non uno sfogo. Amore e dolore nascono dai fatti stessi, dalle parole e dai gesti quotidiani. E chi vince è in definitiva l’amore “Lo sapete voi tutti come brilla il sole in primavera? Voi probabilmente non lo sapete come brilla. Voi non avete visto il sorriso che illumina il volto di Ester. Il sole in primavera brilla come il sorriso di Ester. E il suo sorriso è radioso come il sole in primavera”.
Non dimentichiamo.

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