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Tra Re, Regine e morti ammazzati (II)

Giallo e Scacchi…

Per continuare il discorso sul feeling che esiste tra gli scacchi ed il giallo, inteso in senso generale, sfrutto l’inizio, o meglio brevi parti dell’inizio della mia introduzione a “Giallo Scacchi- Racconti di sangue e di mistero” di A.A.V.V., Ediscere 2008.

“La passione per il giallo l’ho avuta sin da piccolo quando, frugando per caso in una cantina di un mio cugino, mi ritrovai fra le mani una avventura di Perry Mason pubblicata dalla Mondadori sulla cui copertina campeggiava il volto del noto attore Raymond Burr (molti lo ricorderanno come uno dei protagonisti de La finestra sul cortile di Hitchcock, quello che ha fatto la felicità di tanti depressi mariti tagliando a pezzi la moglie) che è stato uno degli interpreti principali, se non l’unico, di questo popolare avvocato. Da allora ho incominciato a fare incetta di gialli appassionandomi soprattutto a quello di scuola inglese della Christie basato più sul lavorio delle cellule grigie, come direbbe Poirot, che non sull’azione come il giallo americano alla Chandler, alla Hammet o alla Spillane, tanto per intenderci…

Gli scacchi sono lotta, diceva il secondo campione del mondo Emanuel Lasker. Lotta dura, senza tregua e senza scampo. Per vincere occorre “mattare” il Re, colpirlo, distruggerlo. Anche se molte partite terminano prima per non assistere a questo traumatico evento. Il Re, in definitiva, rappresenta il nemico che ti sta di fronte e ti vuole a sua volta morto e sepolto. E non solo in senso figurato. Qualcuno dirà che sto esagerando. E’ vero, ma mica tanto. Si dice che Baldwin, figlio di Ogier il danese, uccidesse Charlot, il figlio di Carlo Magno, spaccandogli la testa con la scacchiera perché era stufo di perdere e che il figlio di Pipino il Breve per una sconfitta a scacchi con un nobile bavarese lo abbia soffocato ficcandogli in gola una torre. Forse sono leggende ma quello che faceva Voltaire, l’illuminista francese, è pura verità. Se perdeva con suo padre gli tirava i pezzi e lo prendeva a bastonate. In un torneo degli anni settanta disputato in Toscana un giocatore alzò la mano per catturare la Regina. L’avversario gliela prese quando era ancora per aria e gli dette un morso. L’episodio fa sorridere ma anche pensare.

La regina del giallo Agatha Christie fu una delle prima a capire cosa succede nell’animo tormentato degli scacchisti. In Poirot e i quattro fa usare all’omicida un pezzo degli scacchi ( il “Testa d’uovo” in un altro giallo dichiara “E’ difficile vincermi a questo giuoco”) per uccidere il suo avversario. L’Alfiere di Re del Bianco è attraversato da un elettrodo e il circuito elettrico si chiude nella casa b5, così quando il suo conduttore sposta l’Alfiere proprio in quella casa, come è solito fare, viene fulminato e muore di paralisi cardiaca. Idea affascinante, talmente affascinante che è stata poi ripresa pari pari da Roberto Berna in L’avventura del vice-campione mondiale di scacchi , il Giallo Mondadori 1962, ripubblicato nel 1986 con la piccola variante della scossa elettrica che si becca, questa volta, nella casa b4, e da Roberto Gravina in Eterodelitto (si copia dappertutto!) dove l’omicidio avviene attraverso un metodo ancor più subdolo e sottile. Con un vermicida liquido e trasparente l’assassino ricopre l’Alfiere nero che serve per uccidere, non un antipatico avversario ma evidentemente una ancor più antipatica mogliera. In questo caso, però, il colpevole non viene scoperto e il fatale Bishop (alla lettera il vescovo ma nella terminologia scacchistica si tratta sempre dell’Alfiere) è posto in una piccola vetrina a perenne memoria del sublime misfatto. E a proposito di questo pezzo degli scacchi esso è lo pseudonimo usato da un maniaco per una serie di delitti in L’enigma dell’Alfiere , (di cui abbiamo già parlato nel precedente articolo), del celebre aristocratico investigatore Philo Vance, interpretato magistralmente, ai suoi tempi, alla televisione da Giorgio Albertazzi.

Il diabolico Bishop sta anche alla base del racconto La curiosa omissione di Isaac Asimov in I racconti dei vedovi neri, minimum fax 2007. Il signor Atwood ha ricevuto un lascito di diecimila dollari da un suo amico burlone, chiusi in una cassetta di sicurezza in una banca degli Stati Uniti. Per trovarla deve riuscire a decifrare il significato della frase “La curiosa omissione in Alice” che gli è stata detta in punto di morte. A risolvere l’enigma è il solito Henry, il cameriere della strana e divertente combriccola dei Vedovi Neri, basandosi proprio sul doppio significato di Bishop, Alfiere e vescovo…

Anche Sherlock Holmes fu coinvolto in una avventura scacchistica. Precisamente ne Il cerimoniale dei Musgrave dove ad un certo punto si rende conto che le parole di un rituale descrivono i movimenti dei pezzi e sono indizio della posizione di qualcosa da scoprire. Enrico Solito, una delle maggiori autorità in relazione al Nostro, si è cimentato nel binomio scacchi-giallo con il racconto che qui troverete, apparso in altre pubblicazioni. Perfino nel suo libro Sherlock Holmes e le ombre di Gubbio, Hobby and Work 2006, c’è un accenno al gioco degli scacchi quando Holmes assiste ad una partita tra i perugini Benelli e Permoli e tira fuori una osservazione sul curioso meccanismo mentale dei giocatori di scacchi “Uno si aspetterebbe che ciascuno pensasse alla partita anche mentre è l’altro a muovere, in modo da usare tutto il tempo a disposizione”. “E’ proprio così, infatti”. “Niente affatto, invece” obbiettò il mio amico. “Il giocatore si concentra al massimo durante il proprio tempo e riposa durante la mossa avversaria. E’ curioso ma l’ho osservato in modo costante e voi due non fate eccezione: ora è il turno del professor Permoli di astrarsi dal mondo reale. Nevvero, professore?”…ecc…

Oggi vi presento una ricerca personale, del tutto nuova rispetto a quella della “Introduzione” tratta dalle mie letture. Una specie di lunga lista della lavandaia di gialli, intesi in senso lato, in cui compaiono, anche di sfuggita (e pure molto di sfuggita), gli scacchi. E allora chi vuole seguirmi si armi di coraggio e… avanti!

Nel libro di Anthony Boucher Il caso del sette del calvario, Polillo 2004, dal signor Griswold si viene a sapere che il professore di sanscrito John Aswin, una specie di Nero Wolfe che beve e fuma come un turco, (sempre che questo detto sia vero), sa giocare a scacchi.

In Delitti esemplari di Max Aub, Sellerio editore 2006, viene riportato un esempio simpatico (si fa per dire) relativo agli scacchisti. In buona sostanza quando un giocatore di scacchi vince troppo c’è sempre il rischio che si becchi un Alfiere in un occhio.

Lord Peter Wimsey, affascinante creatura di Dorothy Sayers, conosce gli scacchi ma, pur essendo un tipo alquanto snob e con una robusta considerazione verso se stesso, dichiara (in uno dei suoi rarissimi momenti di umiltà) “Non sono bravo. Mi piace, ma continuo a pensare alla storia dei vari pezzi e alle caratteristiche delle varie mosse. Così vengo sconfitto. Non sono un giocatore” (Lord Wimsey e il mistero del Bellona club, Donzelli 2006).

Nel racconto Mistero all’obitorio di Fredric Brown in I delitti della camera chiusa di autori vari, Polillo 2007, abbiamo una partita di scacchi tra il dottor Skibbine e Mr. Paton “due veri e propri fanatici degli scacchi”. La partita si chiude con uno scacco doppio di Cavallo a Re e Regina in favore del dottore.

Sempre in questa raccolta di partite, nel racconto Il gufo alla finestra di G.D.H. e M.I. Cole c’è un invito di Mr. Carluke a Mr. Barton per una partita a scacchi.

Nel libro Il letto d’ebano di Rufus Gillmore, Polillo 2008, sin dalla prima pagina veniamo a sapere che il detective dilettante Griffin Scott e il narratore Lopez sanno giocare a scacchi e intraprendono una partita addirittura su una scacchiera dipinta sul pavimento dello studio, iniziando con una Quattro Cavalli. Il detective sta perdendo, quando arriva la notizia della morte di una donna famosa.

In Il mistero degli incurabili di Lorenzo Beccati, Kowalski 2008, a pagina 115 c’è un riferimento all’automa del Turco che sa giocare a scacchi con il nano dentro al congegno che viene smascherato. Poiché la storia è ambientata a Genova nell’anno 1589, l’episodio non ha riscontro storico dato che l’automa venne inventato dal Wolfgang von Kempelen nel 1770 (se non sbaglio).

Nel racconto di Lienna Silver Pesce in Los Angeles noir a cura di Denise Hamilton, Alet 2008, uno dei personaggi, Grigorij Petrov, si sente male (e dopo muore) proprio nel momento in cui sta per muovere la Regina (non si capisce di che colore sia).

In La Rosa e il Serpente di Ariana Franklin, Piemme 2008, ci sono anche gli scacchi quando Mansur gioca contro l’abate e Adelia Ortese Aguilar, un medico della dotta scuola di Salerno, guardando la scacchiera dice proprio al suo fedele “Stai perdendo”. Mansur “Gioca meglio di me, che Allah lo maledica” risponde. Siamo nell’Inghilterra del XII° secolo.

In Il cigno nero di Nassim Nicholas Taleb, Saggiatore 2008, a pag.78 “…. Esistono tuttavia alcune eccezioni; per esempio è stato dimostrato che i grandi giocatori di scacchi si concentrano sui possibili punti deboli di una mossa ipotetica, mentre i giocatori alle prime armi cercano di confermare le loro ipotesi invece di falsificarle. Ma non mettetevi a giocare a scacchi per praticare lo scetticismo. Gli scienziati ritengono che sia la ricerca delle proprie debolezze a farne bravi giocatori di scacchi, non che sia il gioco degli scacchi a trasformarli in scettici…..”
Un altro romanzo fondamentale legato agli scacchi è uno dei capolavori di Ellery Queen, anche se materialmente scritto da Theodore Sturgeon Bentornato, Ellery! (The Player on the Other Side, 1963), costruito fin dal titolo – una famosa citazione del biologo Thomas Huxley – come una vera e propria partita a scacchi (i quattro personaggi principali sono le torri, e le loro abitazioni le relative caselle di partenza), e dove ogni capitolo ha il nome di una situazione di gioco.

Nel libro Sotto un cielo cremisi di Joe R. Lansdale, Fanucci 2009, i due protagonisti principali Hap e Leonard sanno giocare a scacchi.

In Il treno per la campagna di Kerry Greenwood, Polillo 2009, pag 63 “sembra che la nostra Jane ricordi come si gioca a scacchi, però non riesce a battere la dottoressa MacMillan”.

In La vedova del miliardario di E.C. Bentley, I classici del giallo Mondadori 2009, si viene a sapere che il segretario americano del signor Sigsbee Manderson sa giocare a scacchi, requisito tra l’altro richiesto proprio da Manderson.

In Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson, Marsilio 2007, l’eroina della storia con la testa un po’ fuori posto fa conoscenza degli scacchi grazie al suo avvocato “Mangiavano il prosciutto di Natale e giocavano a scacchi. Lei era del tutto disinteressata al gioco, ma da quando aveva imparato le regole non aveva mai perso una partita”.

In Ipotesi per un delitto di Clifford Witting, Polillo 2009, due personaggi, Sir Victor e il ragazzo John giocano a scacchi. “Gli scacchi sono tremendamente difficili” si lamenta il ragazzo che vorrebbe giocare a dama. “No, continuiamo a giocare a scacchi, il gioco più bello mai inventato dall’uomo”, risponde l’uomo che offre anche una breve spiegazione della loro origine. Alla fine John si becca scacco matto.

In La galleria dell’usignolo di Paul Harding in Gli investigatori di Dio, Mondadori 2009, a cura di Mauro Boncompagni, tutto ruota attorno ad una partita a scacchi lasciata a metà tra un prete ed un futuro morto ammazzato. Anche il personaggio principale frate Athelstan sa giocare a scacchi. L’idea essenziale è simile a quella di un breve racconto pubblicato dieci anni prima (cioè nel 1981 rispetto alla prima edizione del romanzo che è del 1991 uscito con nome vero Paul Doherty).

In Il quadrato della vendetta di Pieter Aspe, Fazi 2009, a pag. 248 il rapitore e il rapito si mettono a giocare a scacchi.

Ne L’ultimo custode di Carlo A. Martigli, Castelvecchi 2009, Franceschetto, figlio del papa Innocenzo VIII e Pico della Mirandola, si trovano davanti e il secondo “si chiese su quale assurda scacchiera stesse giocando la sua vita. Chi era veramente? Si era creduto una Torre che emanava una luce da lontano, ma forse era solo un misero pedone destinato ad andare avanti casella per casella”.

In The murder in number four, un racconto di John Dickson Carr, l’autore esplora per la prima volta la tecnica della risoluzione di un problema, dissertando non tanto sulla tecnica della camera chiusa (cosa che in un certo senso c’era già stata in The Big Bow Mystery di I.Zangwill e che si afferma alla grande prima con The Three Coffins nel 1935 (la famosa dissertazione su la Camera Chiusa); poi con  Death from a Top Hat, “Morte dal cappello a cilindro” di Clayton Rawson (1938) che la amplia; e infine una terza di Derek Smith in Whistle up the Devil (1953), “Un fischio al Diavolo”), ma su come il detective possa e debba lavorare per risolvere felicemente un caso poliziesco (Tratto dall’articolo di Pietro De Palma La prima produzione di John Dickson Carr: i quattro racconti di Bencolin, pubblicato nel Blog del giallo Mondadori).

Dalla seconda di copertina “Sono sei e sono i migliori esperti d’arte in circolazione. Si fanno chiamare il Gruppo degli scacchi e di professione falsificano e rubano opere di immenso valore per rivenderle al miglior offerente. Ci sono la Torre, l’Alfiere, la Donna, il Cavallo e ognuno ha un ruolo diverso, proprio come le pedine del gioco: e poi c’è il Pedone, alias Ana Marìa: ladra infallibile e proprietaria di un negozio d’antiquariato ad Avila. E tutti rispondono a un grande e misterioso capo: il Re, imperscrutabile fondatore del Gruppo”. Chi mi conosce sa già la ragione del mio interessamento: gli scacchi. In La camera d’ambra di Matilde Asensi, Rizzoli 2009.

In Chi ha rubato la testa di zio Tobias? di Jonatham Latimer, Mondadori 2009, citati gli scacchi pag.102, “Nella stanza erano rimasti soltanto George Cuffin e il dottor Harvey che passavano il loro turno di guardia giocando a scacchi…”. Tre pagine dopo “Nel frattempo il dottor Harvey aveva riconosciuto d’essere stato sconfitto e la partita a scacchi era terminata”.

In Il sentiero dei bambini dimenticati di Elly Griffith, Garzanti 2009, Ruth Galloway, professoressa di archeologia forense all’università del North Norfolk, specializzata nella datazione delle ossa antiche, facendo una ricerca su Google relativa ad un certo Nelson, ispettore di polizia, si imbatte nel “campione americano di scacchi”, evidente riferimento (credo) a Harry Nelson Pillsbury (1872-1906).

In Il gatto che pedinava il ladro di Lilian Jackson Braun, a sua volta in Il gatto che scoprì il colpevole, Mondadori 2009, il personaggio principale Qwilleran usa la parola “mossa” al posto di “dichiarazione” parlando del bridge e viene corretto ricordandogli che la “mossa” è propria del gioco degli scacchi.

In Le ceneri non parlano di Bruno Fischer, Mondadori 2009 a pag.36-37 l’avvocato Ben Helm si mette a giocare a scacchi con Thayer “Così cominciai la partita a scacchi, mentre intorno a noi regnavano il silenzio e l’afa che non aveva abbandonato il villino neppure al calar della notte”. Poi Ben si prende uno scacco e per non perdere se ne va in camera da sua moglie. Una bella prova di sportività…A pag. 90, il giovane Spike, parlando di un uomo ucciso, “Eravamo amici- spiegò Spike- giocavamo sempre a scacchi insieme”.

In Bambole pericolose di Barbara Baraldi, Mondadori 2010, una amica parlando ad Eva, protagonista principale, a proposito delle zanzare “E così ogni volta che ne schiacci una conduci una specie di guerra psicologica. Tipo nel Settimo sigillo, dove il protagonista porta avanti una partita a scacchi con la Morte”. “Non capisco se mi stai prendendo in giro. Comunque gli scacchi sono un ottimo per aumentare autocontrollo ed elasticità mentale” (pag.88).

In Tutto bene, dottor Fell di John Dickson Carr, Mondadori 2010, si cita un tavolo di scacchi, un invito ad una partita da parte di Bob Crandall a Valerie Huret (che non sa giocare) e da parte di Maynard a Bob. Siccome Crandall perde sempre allora si mette a leggere “Come vincere a scacchi”, libro che sto cercando da una vita…

In Proiettili d’argento di Elmer Mendoza, la Nuova frontiera 2010, citata la poliziotta Gris Toledo che gioca a scacchi con il figlio Rodo.

In L’enigma della banderilla di Stuart Palmer, Mondadori 2010, citati gli scacchi pag. 34, quando due personaggi, Hansen e Rollo Lighton giocano in treno e a pag.52, quando il vicesindaco di New York arbitra un’altra partita sempre tra i due.

In La morte aveva i suoi occhi di Lucile Fletcher, Mondadori 2010, a pag. 38/39, a proposito del sig. Kahn “A scacchi era abilissimo e altrettanto modesto. Diceva sempre “Magnifica mossa, Dave. Non vedo come posso evitare una sconfitta”. Ma vinceva sempre lui. E c’erano ben pochi problemi che sembrava incapace di risolvere”.

In La forma dell’ombra di Jeffrey Ford, Piemme 2010, a pag. 272 “Ha una scacchiera con tanto di pedine fatta nello stesso modo” disse Curdmeyer. Il mezzo adoperato è il cerume degli orecchi…(miezzeca!)

In Sul filo del rasoio di A.A.V.V. a cura di Gianfranco de Turris, Mondadori 2010, citata una scacchiera pag. 24 (Malasanità di Giulio Leoni) e pag. 26 “Appollaiata sul fianco della montagna ligure, la vecchia villa stava come l’ultima torre a difesa del re. Lo scacco matto con il tempo era inevitabile” (La memoria rende liberi di Stefano Di Marino).

In Vish Puri e il caso dell’uomo che morì ridendo di Tarquin Hall, Mondadori 2010, Puri gioca a Chaturanga, il precursore indiano del gioco degli scacchi, con il dott. Gosh e perde. Citato pure il campione del mondo di scacchi Viswanathan Anand, pag.178.

In Mano Nera di Alberto Custerlina, B.C.Dalai 2010, vecchi che giocano nella piazza davanti alla cattedrale. Uno dei personaggi, il russo Kirill, gioca una Nimzoindiana, perde e si ritira dal torneo (78). Alla fine della storia si ritrova in carcere e tenta di impiccarsi dopo avere perso una partita con il suo compagno di cella (173).

In Memoria di morte di Thomas H. Cook, Mondadori 2010, uno dei personaggi, Laura, insegna gli scacchi a Steven (pag.116-117) e suo fratello Jamie la critica perché gli insegna “a giocare in modo stupido”.

In DelittoCapitale di A.A.V.V., a cura di Marco Tagliaferri, Hobby and Work 2010, a pag.54 lo scrittore Luceri viene definito “…flemmatico come un giocatore di scacchi”. A dir la verità non tutti i giocatori russi sono flemmatici. Vedi l’ex campione del mondo Garry Kasparov che ti fulminava con lo sguardo.

In Operazione Atlanta di Hugues Pagan, Meridiano Zero 2010. “Mauber giocava interminabili partite a scacchi da solo” (pag.207), “Merda”, pensò Jankovic, “sa già come andrà a finire questa cazzo di storia. Ha giocato il gambetto di Donna” (239), “Poi Chateau disse:- Il sacrificio dell’alfiere…” (240).

In Il tè delle tre vecchie signore di Friedrich Glauser, Sellerio 2009, il consigliere di stato Martinet al giornalista inglese O’Key “Per gli scacchi si tratta di trovare la mossa chiave. Di regola questa mossa chiave è talmente idiota da far rizzare i capelli, sicché non sarebbe possibile in una partita regolare dove sono in lotta due personalità, dove ciò che gioca il ruolo decisivo è la disposizione d’animo dei due giocatori, il loro carattere. Proprio per questo un problema di scacchi è qualcosa di insolito e morto” (282). Poco più sotto “Allora, questo Baranoff: non solo è membro della Terza Internazionale, e quindi si muove come l’alfiere nero sulle diagonali nere”.

In Il gatto che conosceva gli astri di Lilian Jackson Braun, Mondadori 2010, a pag. 100 Qwilleran, il protagonista principale, acquista una scacchiera con ripiano di tek intagliato in ebano. Pezzi rossi di cinabro, pezzi neri di giaietto. Quattro pagine più avanti i due gatti siamesi di Qwilleran, Koko e Yum Yum, ci saltano sopra sparpagliando i pezzi da tutte le parti.

In Un caso per tre detective di Leo Bruce, Polillo 2010, a pag. 10, a proposito della letteratura poliziesca, uno dei personaggi “Voglio dire che questa narrativa è diventata una specie di partita a scacchi fra l’autore e il lettore”. Stesso concetto ripetuto nella pagina seguente. A pagina 123 Lord Simon, uno dei tre detective del romanzo “sorseggiava delicatamente il suo brandy, con l’aria di considerare l’indagine un appassionato gioco di scacchi…”.

In Vendetta di R.J.Ellory, Giano 2010, il protagonista principale Hartmann “Rimase disperatamente aggrappato alla rete per un attimo e poi, come movendosi su una scacchiera, si spostò di qualche centimetro a sinistra. Pedone su Alfiere tre…” (pag. 105/106). Più avanti, un altro personaggio importante, Perez “Li teneva in pugno, come un gran maestro di scacchi. Aveva previsto ogni loro mossa, calcolato ogni possibilità”. (266).

Per chi è riuscito ad arrivare fino in fondo all’articolo senza cascare tramortito in terra un complimento doveroso alla sua resistenza.

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