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Tra Re, Regine e morti ammazzati (VII)

Ancora scacchi, seppure accennati, in un giallo divertente di un autore toscano…

Il telefono senza fili di Marco Malvaldi, Sellerio 2014.

Ci sono libri che ti fanno ritornare ragazzo. Come quelli di Malvaldi che mi riportano indietro negli anni al mio paesello toscano, più precisamente al bar “Italia” con il fumo denso e appiccicoso, l’odore aspro del vino, la radio a tutto volume, le bevute, i motteggi, le prese per il culo e le maremme maiale (eufemismo) che volavano nell’aria come le rondini a primavera. E con i suoi rappresentanti più significativi, vedi il postino dalla bocca storta, alto due piedi che per arrivare al biliardo si rizzava sulle punte rosso come un cocomero, pronto a tirarti addosso la palla se tanto tanto commentavi a suo sfavore.

Qui è il “BarLume” di Pineta il fulcro del racconto dove si raggruppano i soliti vecchietti che hanno fatto la fortuna dell’autore. Non ci sono le maremme maiale (mi pare) ma le prese per il culo volteggiano come le suddette rondini. D’altra parte siamo in Toscana, terra fertile di simili convenevoli. E vediamoli un po’ questi vecchietti: Ampelio il nonno, Aldo l’intellettuale, il Rimediotti pensionato di destra, Pilade unico juventino, senza contare Massimo il barista. Capaci, in gruppo, di risolvere i casi più difficili. Con l’aiuto del commissario Alice Martelli, figura slanciata, laureata in fisica, drogata di cappuccini, single e un bel cervello.

Ecco il nuovo caso. Vanessa Benedetti è sparita. Gestisce con il marito un agriturismo che tentenna. Dopo avere ordinato una montagna di carne per i suoi ospiti tedeschi, essi vanno a mangiare al “Bocacito”, nuovo ristorante tirato su da Aldo e Massimo. C’è qualcosa che non quadra (perché quella inutile spesa?). Attraverso le illazioni e il pettegolezzo che fuoriesce copioso dal bar arriva la sentenza: il Benedetti, marito della scomparsa, “ha ammazzato la moglie e l’ha buttata nel fosso”. Chiaro, lampante, lapalissiano. Buttiamolo in galera. A ciò si aggiunga la morte di Atlante il Luminoso, al secolo Marcello Barbadori,  (si è sparato o gli hanno sparato?) che ha profetizzato da una televisione privata la sua verità sul caso della Benedetti. Non manca il solito giornalista curioso, Saverio Brunetti del “Tirreno”, omino di mezza età con pancetta flaccida a fiutare le notizie come un cane da tartufi.

Tra una battuta e l’altra arriva il corretto alla sambuca, il prosecchino, il fernet, la minerale, l’analcolico (per Aldo) e il ponce per la “Portona”, la portalettere del luogo di notevole stazza. Strizzatina d’occhio al mondo del web, frecciatine sulla società (gli impiegati pubblici non fanno una sega), e al burocratese che non ci si capisce niente. Presente pure il “nobil giuoco” con scacco di scoperta e matto imparabile di Massimo ad un certo Cesare Bertoni a farmi trillare di gioia. Figure indimenticabili i nostri vecchietti, veraci maschere di teatro popolare, come il Rimediotti fornito di dentiera, due bypass, fumo incorporato, colpito a raffica da asma, ischemia, polmonite ed è sempre lì vivo e vegeto. Piccoli sprazzi di malinconia tra i pensieri di Massimo, solo ormai da tanto tempo.

Battute in vernacolo, dicevo, prese in giro, parolacce a babordo e tribordo, ironia pungente anche quando si stende in italiano vero. Seconda parte un po’ pallosetta e pur sempre gradevole.

E allora vai avanti così Malvaldone, ti pigliasse un colpo! Che non è un’offesa ma, qui in Toscana, come un abbraccio fraterno.

E ora veniamo al punto che mi interessa come ricercatore di rapporti fra il giallo e gli scacchi.

“Ah. Mi metti quell’alfiere lì?”

“Ti disturba?”

“No, no anzi”. Massimo, dall’alto, calò la mano su un cavallo e lo posò su una casella nera, non troppo lontano dall’arrocco di Cesare. Poi la mano, trasformatasi da pinza in maglietto, colpì con convinzione il tasto del cronometro. ”Era da  tre mosse che lo aspettavo”.

Cesare, guardando la scacchiera, si rese conto che il cavallo di Massimo, muovendosi, aveva liberato la traiettoria ad un alfiere che si trovava, allineato in diagonale, esattamente davanti alla regina. E che puntava, dritto dritto, verso il suo re. Un re protettissimo, pedoni davanti e torre di lato, e per questo praticamente immobile.

“Daai…”. La mano di Cesare, dal lato della scacchiera, ricadde sulla coscia. “Cacchio, lo scacco di scoperta no. E’ umiliante”.

“Concordo. Adesso hai tre scelte”.

“Le quali tutte portano al matto in due mosse, grazie”. Cesare, con un ditino, spostò il re fuori dal baricentro, facendolo cadere sulla scacchiera con un rumore pieno, legno contro legno, in contrasto con la delicatezza del gesto. “Certo che giocare con il cronometro cambia tutto”.

“Sì, c’è del vero. Anche giocare con uno più forte di te, però, aiuta” (pag.166/67).

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