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Il Segreto per crescere realmente a scacchi

I consigli di Axel Rombaldoni ed un regalo da scaricare!

Sapresti dire quando è nato il gioco degli scacchi?

E cosa ancora più importante … sapresti dire perché è nato?

Il segreto per crescere realmente a scacchi è racchiuso nella risposta a questa seconda domanda!

Per accogliere appieno questa risposta ti voglio suggerire sin da subito di mettere da parte, almeno per questa lettura, l’idea che ti sei fatto del gioco degli scacchi e aprirti all’incontro con un nuovo punto di vista.

Non pretendo che tu sia d’accordo con me con quanto ti condividerò nell’articolo e all’interno del regalo che ti farò alla fine della lettura, ma mi auguro, ed è questo realmente il mio intento, che tu venga scosso e stimolato al punto giusto da cominciare a porti nuove domande: sul gioco degli scacchi, sul loro scopo e sul tuo modo di giocare.

Bene, se sei pronto direi che possiamo cominciare!

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Tutti sanno che il gioco degli scacchi viene anche chiamato “il nobil giuoco” o in altri casi “il gioco dei re”, ma veramente pochi comprendono che questi nomi rappresentano l’attualità e non solo una storia legata alle nobili origini del gioco.

Un tempo infatti re, principi e condottieri venivano addestrati attraverso la scacchiera a governare il proprio regno o a organizzare le strategie di battaglia. Ogni partita mostrava loro i difetti, le lacune, così come i talenti e le abilità. Attraverso il gioco potevano raffinare il loro senso critico, aumentare la propria visione, sviluppare sensibilità, e molte altre capacità fondamentali per la vita.

La partita di scacchi non era certo un passatempo o una lotta a “chi ce l’ha più lungo”: gli scacchi rappresentavano una delle più alte forme di addestramento alla vita, di dialogo interiore e di studio! Ogni sconfitta – così come ogni vittoria – era un’opportunità di crescita per imparare cose nuove su di sé, sulla vita e sull’avversario, o per meglio dire: grazie all’avversario!

Le partite duravano anche giorni o settimane e tante volte ricominciavano daccapo prima ancora di essere arrivati allo scacco matto: perché l’importante non era il risultato in sé, ma l’aver appreso qualcosa di nuovo, qualcosa di utile per la propria crescita e per i propri obiettivi.

Oggi purtroppo abbiamo totalmente perso questa attitudine!

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Vedo spesso persone che perdono una partita e sono tristi. Alcuni giocatori che dopo una sconfitta si arrabbiano, e non solo con sé stessi, anche con l’avversario, e restano arrabbiati per ore e ore, a volte anche per giorni. Altri che perdono dopo una svista e fanno delle grandi scenate. Altri ancora che subiscono l’indignazione del proprio allenatore che non riuscendosi a trattenere chiede con rancore ai propri studenti “come hai fatto a non vedere quella o quell’altra mossa?!”. Per non parlare della tensione che spesso il giocatore vive sin da prima di cominciare la partita…

Il gioco degli scacchi sembra quasi diventato solo una questione di vittoria o di sconfitta, di vita o di morte … Siamo così attaccati al risultato che non vediamo più la meraviglia e la quantità di cose che ogni partita ha da insegnarci … e che ogni avversario ha da insegnarci!

Ma è realmente questo ciò che desideriamo per noi?

È questo il messaggio che vogliamo trasmettere ai giovani scacchisti che ogni giorno incontrano questo splendido gioco?

Vale davvero la pena vivere la partita con tensione, lamentarsi e rimanere col muso per ore dopo una sconfitta?

Non ti piacerebbe anche a te vivere la relazione con il gioco degli scacchi come un’esperienza sempre nuova, sempre in grado di insegnarti qualcosa di utile per la tua vita, e sempre pronta a riempirti di gioia e divertimento?

Per fare questo salto e per rispondere alla domanda con la quale abbiamo cominciato questo articolo, è necessario ritrovare quello spirito costruttivo e di crescita con il quale è nato il gioco degli scacchi e con il quale giocavano i nostri antenati re e principi. Loro avevano infatti compreso che il gioco è come uno specchio della vita e le scelte che compi sulla scacchiera raccontano chi sei.

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Così è proprio questo il segreto per crescere a scacchi: imparare a leggere e traslare le mosse che giochi sulla scacchiera nella vita e grazie a questa nuova comprensione conoscere te stesso (e gli altri) attraverso il gioco!

Allora potrai gioire ad ogni risultato, potrai imparare qualcosa di nuovo da ogni partita, potrai imparare ad apprezzare ogni avversario e grazie a questa nuova attitudine: uscire sempre vittorioso!

Se fai parte anche tu di quei scacchisti coraggiosi che hanno il desiderio e la volontà di fare questo salto, ti propongo la lettura di tre dispense che approfondiscono il segreto che ti ho appena condiviso e offrono una concreta interpretazione della relazione tra gli Scacchi e la Vita: basta che CLICCHI QUI e le potrai scaricare gratuitamente.

Che meraviglia gli scacchi, hanno sempre qualcosa di nuovo da insegnarci!

9 Commenti a “Il Segreto per crescere realmente a scacchi”

  1. Axel Rombaldoni
    5 febbraio 2020 - 18:30

    Gentile Paolo, ho appena verificato personalmente e il sistema funziona correttamente. A tutti coloro che hanno lasciato i propri dati è stata inoltrata la prima mail dopo l’invio.

    Può essere che ci sia stato una problema nell’inserimento dei suoi dati oppure nella corretta ricezione della mail presso il suo gestore. In ogni caso la invito a scriverci il suo indirizzo email a info@educarecongliscacchi.com e provvederemo al più presto a fare le opportune verifiche e a inviarle le dispense (che le posso garantire non solo esistono – ma sono state scritte in più di un mese di lavoro e sono, ad avviso di tutti coloro che le hanno lette – molto esaustive).

    Prima di denunciare qualcosa che non ha verificato la invito a chiedere direttamente alle persone interessate per non rischiare di divulgare fatti non veri né verificati.

    Colgo l’occasione per porgere i miei cordiali saluti a tutti i lettori e l’augurio di un’appassionante lettura a tutti coloro che hanno scaricato le dispense.

    Axel Rombaldoni

  2. Decoverto
    6 febbraio 2020 - 08:33

    Ora scriverò un intervento che vuole essere neutro e pertanto il mio dissenso non deve assolutamente offendere nessuno, perché è massimo il rispetto che ho per Axel e i suoi collaboratori. Ciò detto non posso esimermi dal sostanziare alcune note. Da giovane giocatore prima e titolato agonista e istruttore poi non condivido sostanzialmente nulla di questo articolo e del messaggio che porta. Ci leggo diverse contraddizioni e mi pare in contrasto con la reale natura del gioco, come dimostrato da autorevolissime fonti nel campo della filosofia, letteratura, storia, pedagogia e psicologia. Come dimostrato dal vissuto di ogni scacchista vero, non quello che risolve il matto in una delle parole crociate la domenica e ignora l’esistenza di orologi digitali, formulari, arbitri, avversari… Gli scacchi per definizione sono “passione”, soprattutto nell’accezione agonistica della disciplina. L’approccio “distaccato” e “spirituale” proposto è in contrasto con il coinvolgimento viscerale che scatena, in particolare nei giovanissimi. I quali giovanissimi se verranno indottrinati con questi concetti potrebbero abbandonare ben presto il gioco, non trovando minimamente riscontro tra le vere reazioni che la pratica agonistica scatena e quanto confezionato per loro con messaggi di questo tipo. Il contrasto tra vissuto e inculcato diventerà ben presto insopportabile. Non ci si può approcciare agli scacchi giocati come al backgammon o allo scopone scientifico. E’ proprio il “dramma” che suscita una sconfitta in posizione vinta che non si potrà mai sradicare in un giocatore, che potrà crescere dentro e fuori la scacchiera solo dimostrando la volontà di superarlo questo dramma, non certo ignorandolo. Mettere in pratica quello che si propone in questo articolo equivale a mio giudizio a rimanere impassibili davanti a situazioni difficili e complicate che la vita potrebbe riservarci. E’ un’istigazione all’appiattimento, quando credo si dovrebbero stimolare piuttosto reazioni opposte. Soprattutto tra i giovani. Sacrosanto il desiderio di tenere lontani sacrificio e delusioni cocenti. Sacrosanta la voglia di leggerezza e distacco. Ma allora non parliamo di scacchi, quelli veri.
    Ciò detto auguro la migliore fortuna agli autori.

  3. Loris Cereda
    6 febbraio 2020 - 15:01

    Che l’approccio sia “commerciale” è irrilevante e persino ovvio dato che chi vende consulenza e formazione non è un ente benefico.
    Eventualmente si puo’ discutere se il metodo abbozzato puo’ o meno aiutare a migliorare i risultati agonistici.
    Per Decoverto (titolato agonista e istruttore, quindi non uno che esprime il suo parere tanto per dire) il metodo non è condivisibile perché, sintetizzo, deprimere la tensione agonistica a favore di quella artistica/pedagogica porta ad una perdite dell’essenza reale “del dramma del gioco”.
    A mio avviso invece l’approccio di Axel è senz’altro da condividere.
    Il ragionamento di Decoverto è forte e logico, pero’ credo che sia troppo unilaterale.
    La verità a mio avviso sta nel fatto che ogni metodo finalizzato al miglioramento dei risultati in una disciplina sportiva puo’ essere adattissimo ad un giocatore ed addirittura contro producente per altri.
    Pensiamo ad esempio a tutto cio’ che potenzia il fisico ma fa perdere agilità: perfetto per chi necessità di massa muscolare, pessimo per chi deve migliorare la flessibilità.
    Anche in questo caso quindi credo che sia compito dell’istruttore capire se l’atleta è condizionato negativamente da un eccesso di tensione agonistica (con frequenti connaturati cedimenti emotivi) oppure se soffre di una mancanza di tale tensione 8privilegiando ad esempio l’aspetto socializzante e/o artistico del gioco).

  4. maurocasadei
    6 febbraio 2020 - 15:10

    Credo che come sempre non ci sia la verità assoluta.
    Da parte mia plauso a chiunque contribuisce a dare chiavi di lettura trascurate da altri.

    In questo caso si assiste a due visioni differenti:
    – da un lato chi ritiene che l’agonismo spinto sia l’unica forza motrice che non farà abbandonare il gioco agli allievi e che darà più risultati.
    – da un altro, quello che mi sembra traspaia dalle parole di Axel, cioè di non esseer ossessionato dai risultati in assoluto, ma di continuare ad motivarsi per l’automiglioramento.

    Senza pretendere che questo valga per tutti, personalmente spezzo una lancia anche per i secondo approccio, e non solo per una questione di armonia interiore: chi di noi è negli scacchi da tanto ha sicuramente visto abbandonare il gioco tante persone che davano al risultato agonistico il massimo peso.
    Quando questo risultato diverge tropo dalle aspettative può nascere frustrazione o peggio.

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    Per concludere vorrei citare le parole di RB Ramesh,ad oggi considerato uno dei migliori alllenatori del mondo (per es. coach di Pragdananda), tratte dal suo”LOGICA SCACCHISTICA VINCENTE”:

    “Gli approcci sbagliati si radicano molto in profondità e si manifestano nelle questioni più fondamentali. Viene dato troppo peso al risultato rispetto alla sostanza e all’impegno nel migliorarsi.

    L’approccio ideale al successo dovrebbe essere quello di arrivare ad un punto in cui meritiamo il successo piuttosto che raggiungerlo con i metodi più facili. La libertà di sbagliare e di imparare dagli errori è spesso negata alla maggior parte dei bambini. Perdere una partita o andar male in un torneo è disapprovato a tal punto che è come se fosse capitato qualcosa di tragico che non avrebbe mai dovuto accadere, quando in realtà le sconfitte e gli insegnamenti tratti da esse sono parte integrante del processo di miglioramento.

    Un giocatore viene giudicato quotidianamente dai punti Elo che guadagna o perde dopo ogni partita. Ogni torneo diventa cruciale e non c’è la possibilità di provare cose nuove, di mettersi alla prova, di sperimentare altri approcci al gioco.

    Un buon risultato è come un’ombra dietro la persona che la proietta – nella nostra folle corsa verso un buon risultato e un successo a breve termine inseguiamo costantemente l’ombra e finiamo per smarrire la strada, frustrati.

    Anziché sul risultato, l’attenzione dovrebbe essere concentrata sui nostri sforzi. Invece di dedicarci alle cose più facili da fare dovremmo affrontare le cose più difficili che sono più vantaggiose a lungo termine (studiare le linee principali, calcolare più in profondità, ecc.)

    Il motivo per cui ci prepariamo a casa non è solo perché sarà utile nel nostro prossimo torneo, ma anche per imparare cose nuove, per conoscere noi stessi (i nostri pregi e difetti), per apprezzare la bellezza del gioco, per imparare ad essere creativi, per migliorare la nostra capacità analitica e, semplicemente, per divertirci con gli scacchi.

    Non dovremmo perdere di vista le cose più importanti della vita nella nostra folle ricerca del successo. Il successo non dovrebbe essere perseguito tramite scorciatoie poiché in tale processo perderemmo molti aspetti importanti. Il successo dovrebbe essere raggiunto attraverso il duro lavoro e la determinazione.

    La nostra preparazione casalinga dovrebbe renderci giocatori migliori, che hanno una buona etica scacchistica. Dovrebbe renderci fiduciosi sulle nostre capacità e dovrebbe prepararci alle dure battaglie che inevitabilmente incontreremo sul nostro cammino.”

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