Chi ha rubato la Torre nera? (prima parte)

Un caldo di gomma soffocava il chiostro di Lodi, quel giorno di giugno.
Stringevo i denti. L’acqua nel distributore era finita; avevo però voglia prima di finire con questa assurda storia e poi, solo poi, di dissetarmi alla fontana della piazzetta adiacente.
Solo un giorno prima, pensai divertito, in quella piazzetta dormivo della grossa, dimentico del mio lavoro di ispettore e nella semplice attesa del quarto turno. Il giardino in piazza Ospitale era striato dalle ombre dei grossi alberi (mai capito niente di botanica: accontentatevi del fatto che gli alberi fossero grossi). Solo un giorno prima, al risveglio, avevo visto Salvador e Martinez, proprio ad un passo dalla fontana, lavorare appiccicati l’un l’altro ad un portatile. Intanto alcuni giovani trasportavano tavolacci di legno per una simultanea; intanto due fotografe – che stuzzicavano i miei appetiti erotici almeno quanto i seni appoggiati al tavolo della Seps durante lo scontro con Zelcic – prendevano accordi con il giovane GM ucraino per una foto da SportWeek.
Qualcuno tra gli indiziati starnutì, dissolvendo nell’aria i miei sogni. Li squadrai uno ad uno, incattivito. Alberto Dassisti, Monika Seps, Dario Pedini, Sergej Karjakin, il cameriere ucraino della pizzeria là vicino e il piccolo Mauro Tirelli. Il colpevole era tra loro, il chiostro era stato chiuso con noi dentro e non saremmo usciti finché giustizia non fosse stata fatta. Ma ero nervoso. Ero nervoso e non avevo alcun motivo per nasconderlo. Solo quel pomeriggio era successo il fattaccio.
Stavo giocando in 23esima scacchiera. Il mio avversario scuoteva la testa.
“Conosco il trucco”, pensai. Mostrati debole quando sei forte, forte quando sei debole. Se hai dubbi sulla posizione fai di sì con la testa: spaventerai l’avversario. Se vedi una combinazione fai no, no, no. Sì, come la canzone. No, no, no.
E lui faceva no, e poi no, e poi no, scuotendo testa e barba. Ma stavolta sembrava un serio no.
Spinse un pedone in g5. Aveva ancora sette minuti; io solo quattro. Diedi un rapido sguardo alle minacce d’alfiere, poi mossi la donna in h5.
Cinque minuti lui, tre io. Alfiere in e2.
“Questa è una cappella”, pensai.
“Ispettore, abbiam bisogno di lei”.
Analizzai lo scacco d’alfiere. No, ne usciva salvo, con solo un pezzo in meno ma uno Zeitnot devastante e senza aggiornamenti. Poteva giocare sul mio tempo: come biasimarlo? La posizione era troppo chiusa. Forse una spinta in g4… Ma cambia le donne ed è davvero finita.
“Ispettore”.
Mi girai. Mi sembrò di parlare con un pesce. Un tizio, dalle guance evidentemente rasate male, mi guardava da vicino.
“Ssshht… Sto giocando”.
“Ispettore, è grave”.
“Niente è più grave di questo”.
Mossi, mangiando il pedone in h4.
“Ispettore”.
Alfiere in e1.
Alfiere mio in d4, scacco.
“Ispettore!”
Al mio avversario rimanevano un minuto e venti, a me un minuto e quaranta.
“Le offro patta”.
“Col cazzo, muova!”
“Ispettore!”
Alfiere in f2.
Donna in g3, scacco.
L’avversario prese in mano il Re. Sembrava tremasse. Fece per metterlo in h, poi lo reclinò.
Gli strinsi la mano, firmai il foglio e andai. Un grande torneo, perdiana. E ora cos’era successo?
“Cosa c’è, rompicoglioni?”
“Ispettore, è successa una tragedia. Ha presente la scacchiera artigianale piazzata al centro del chiostro?”
Ci indirizzammo verso le cassette dove riporre i formulari. Fortunatamente erano vicine ai rifornimenti di liquidi e alle bancarelle di libri.
“Beh?”
“Una tragedia… Una tragedia…”
“Senta. Lei è già brutto senza che mi mostri la sua faccia affranta. Mi spieghi rapidamente, e mi dia un euro”.
“Va bene, ma… Le macchinette sono esaurite”.
Una polla di sudore volò a terra dal mio cranio. La pazienza era già al verde come le candele d’antan. “Allora si sbrighi”.
“La torre… Hanno rubato la torre nera!”
Fine della prima parte.





