Chi ha rubato la torre nera? (seconda parte)
Vengono rapidamente riuniti i sei (soliti) sospetti, alla ricerca della verità.
La torre nera… Il simbolo della fortezza inespugnabile violato come una giovane vergine in un primordiale ius primae noctis.
La torre, the Rook, la tour. Re Belkib si sarebbe prostrato di fronte alla mia cultura. Forse non mi avrebbe tagliato la testa se gli avessi chiesto una donna per la prima casa, due per la seconda, quattro per la terza e via così.
La torre nera…
Dopo aver contrattato con Luciani per un paio di libercoli e aver insegnato a qualche partecipante che lo scopo del gioco della turca è centrare il buco e non schivarlo feci chiudere il pesante cancello. Risi per l’ironia della sorte: due giorni prima ci aveva impedito di entrare, ora fungeva da torre nella quale tutte le porte e le finestre fossero state murate.
Non ci rimaneva che il cielo.
Mi sedetti su una sedia ballerina, la testa fra le mani, a meditare. Non sarà questa la prima volta, mi dissi, che il Baretta della Bassa Padana, come mi chiamano abilmente i colleghi, si farà infinocchiare da quattro professionisti o cinque.
Ne emersi dopo mezz’ora, quando ormai la mia testa stava andando in Zeitnot.
Scribacchiai sei nomi sul mio taccuino (che portavo con me solo per mostrare che so scrivere taccuino senza usare inverecondamente la q) e diedi la lista al malrasato.
“Portameli qui. E fatti dare due litri d’acqua non gasata, che qui si muore”.
Alberto Dassisti, Monika Seps, Dario Pedini, Sergej Karjakin, il cameriere ucraino della pizzeria là vicino e il piccolo Mauro Tirelli.
Li feci mettere seduti, l’uno accanto all’altro. La Seps vicino a Tirelli, perché nessuno la importunasse. Sudavano mentre li scrutavo.
Forse per il caldo, sicuramente per la tensione.
Mi accesi la pipa, mi girai di spalle e cominciai. La Luna, nonostante il brillare della sera, cominciava a mostrare le sue rotondità. La Seps ne sarebbe stata gelosa.
“Dassisti!” esclamai.
“No, non sono stato io!”.
“Lo so. Tutto congiura contro di te, ma non sei stato tu”.
“E come lo sai?”
“Eh eh… Ti ho visto girare per l’intero torneo. Guardavi di qua, guardavi di là, malrasato pure tu. Cercavi di nascondere la tensione perché il moto della macchina organizzativa non s’inceppasse picchiando chi parlava, controllando in continuazione i fili, addirittura giocando a scacchi in un attimo di pausa. Non hai ceduto nemmeno quando avete cambiato la cadenza di gioco, né quando abbiamo sforato abbondantemente il primo giorno chiudendo le partite attorno all’una”.
Dassisti sorrise di riflesso. “E quindi? Quale sarebbe il movente?” “E quindi saresti stato tentato dal rovinare tutto, compiendo quel furto. Lo sappiamo, ogni scacchista che si rispetti ha tendenze autolesioniste: non sarebbe altrimenti definibile tale”.
Il malrasato alle mie spalle urlò trionfante “Abbiamo il colpevole!”.
Lo centrai con un manrovescio.
“Non è stato lui, ho detto”.
“E come lo sai?”
“Ho parlato di scacchisti. Se fossi tale saresti un autolesionista, indi colpevole. Ma come organizzatore te la cavi, a giocare sei un brocco. Il colpevole non sei tu”.
“Posso andare a casa?”
“No. Finché il caso non sarà risolto nessuno uscirà di qui. Così pagherai anche la prima sera…”.
Un raggio di Luna mi illuminò il canino. La serata sarebbe stata ancora lunga…
Fine della seconda parte.





