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Chi ha rubato la Torre nera? (quinta parte)

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Pedini prima, molto prima di giocare con Sciortino.

Un affascinante detective, il cui fisico nulla ha da invidiare al paziente nudo de L’allegro chirurgo, viene coinvolto – nel bel mezzo di una battaglia sulle 64 case – in un caso altrettanto affascinante.
Scagionati già Dassisti, un cameriere e Karjakin rimangono solo tre indiziati. La polizia brancola nel buio e c’è già chi accusa il maggiordomo.

Il mistero, lo ammisi, cominciava ad infittirsi come il buio che rapidamente ammantava Lodi.
Tutti cominciavano a dare segni d’impazienza. Il mio stesso stomaco, che fino a quel momento aveva dato l’impressione di poter reggere agli urti della sera, aveva preso a lanciarmi segnali sotto forma di piccole fitte che come radar si placavano solo ogni volta che m’avvicinavo alla cancellata. Mi girai. L’avevo fatto fino a quel momento fra le trenta e le trentacinque volte, ma ogni volta il gesto sortiva il suo bell’effetto.
“Anghingò”, feci tra me e me…
“TU!” urlai.
Pedini cadde a terra, sconvolto, con la bavetta alla bocca.
“Abbiamo il colpevole! Abbiamo il colpevole!”
Presi il laptop di Dassisti e con quello centrai con quanta forza avevo in corpo la tempia del malrasato, che cadde in una pozza di ketchup fra la polvere e le stelle. Riuscivo ad emettere poesia anche nei momenti in cui la massima violenza si concentrava nelle mie mani.
“Alzati, Pedini…”.
“Lo sapevo… Lo sapevo di esser stato io… Non ricordo nulla, ma immaginavo nella confusione di aver sottratto quella Torre…”.
“E ora?” sorrisi sotto un paio di baffi che il buon Clark Gable m’avrebbe invidiato.
“Non lo so… Non so dove sia…”.
Mi misi a ridere. Il malrasato si alzò con un vistoso ematoma alla tempia e ridacchiò anche lui; lo centrai di nuovo con quanto rimaneva di hardware nella zona, facendolo tornare sagoma a terra.
“Non lo sai perché non l’hai rubata tu”.
“E allora com’è che non ricordo niente?” fece l’incauto.
“Lo sappiamo, Pedini, perché non ricordi nulla. Ora ti farò risalire dalla pozza di oblio in cui ti trovi”.
Mi guardò leccandosi le labbra (forse per la Seps, probabilmente per la parola ‘pozza’).
“Sciortino ti dice niente?”
“No”.
“Due cappelle commesse nel gioco lampo da parte del campione italiano semilampo?”
“N-no…”
“Due cavalli avversari di cui uno inchiodato e uno sulla colonna h?”
“No, basta…”
“Pedone passato? NON TI DICE NIENTE PEDONE PASSATO???”
“Nooooo! Ho perso due pezzi in due mosse!”.
Si mise a piangere come un neonato con l’otite. Provai un po’ di pena (ma neanche troppa), io che avevo assistito ad uno Zeitnot davvero impresentabile e io che – io! – avevo visto tutte le pseudominacce.
Non ritenni opportuno calcare la mano, ora che la soluzione si avvicinava. Mentre i tre già salvi stavano giocando a Tappo (la versione edulcorata di un simpatico giuoco lombardo) guardai Tirelli e la Seps. Il primo, nonostante la giovane età, era nervoso. La seconda sudata.
Ah, la nostalgia!

Fine della quinta parte

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