Scacchierando.it
EnglishFrançaisDeutschItaliano
Viviani_porto_san-Giorgio_2015

Addio ad Alessio Viviani

Il Maestro FIDE si è spento a soli 23 anni

Apprendiamo dal comunicato pubblicato sul sito FSI della prematura scomparsa del Maestro FIDE Alessio Viviani, scacchista classe 1997 con notevoli qualità che nel 2015 ha raggiunto il suo apice vincendo il XXVI Festival di Porto San Giorgio (foto della premiazione in copertina) con 7 su 9, arrivando ad un massimo di 2398 punti Elo.

Il comunicato: “All’età di 23 anni si è spento a Milano il MF Alessio Viviani. Il funerale si terrà mercoledì 10 febbraio alle ore 10 nella Chiesa di Cristo Re di Porto d’Ascoli. Il Presidente e il Consiglio Federale esprimono le più sentite condoglianze alla famiglia.”

Lo ricordiamo con una selezione delle sue migliori partite.

Viviani_croceverde2016

Alessio Viviani premiato nel torneo Croce Verde 2016

 

 

 

 

 

 

11 Commenti a “Addio ad Alessio Viviani”

  1. Marco Lantini
    8 febbraio 2021 - 19:00

    Caro ragazzino, indimenticabili i fugaci saluti ai tornei… quasi immobile in carrozzina, io che ti salutavo cercando una frasetta allegra, tu che di rimando giusto mormoravi qualcosa ma anche accennavi quel sorrisetto ammiccante e lo sguardo furbetto che forse voleva dire “Ciao Marco, guarda che pure se non posso parlarti troppo lo so che sei un vecchio cazzarone, le leggo le scemenze che scrivi su Facebook tra Settimo Elo e tutto il resto”
    E l’incubo di giocare contro di te?!
    No perché per necessità, non potendo muovere tu stesso, la mossa la dicevi a voce a mamma o papà e loro la eseguivano sulla scacchiera.
    Così io me la beccavo due volte, prima annunciata e poi eseguita, già facevo un salto quando la dicevi e poi dopo la vedevo sulla scacchiera, inattesa e fortissima.
    Uno a zero per te e un pareggio se non mi ricordo male, accidenti.
    Non lo hai mai saputo ma ti facevo l’imitazione… l’ho creata dopo aver perso con te ? no tranquillo solo a pochi amici fidati, niente grande pubblico… cercavo malamente di fare la tua voce quando dicevi la mossa a mamma e papà.
    “alfiere per acca sette”

    “cavallo gi cinque”

    “e DONNA ACCA CINQUE”
    perché la punta era quella dannata particella “e” che pronunciavi dando diversa intonazione alla voce. Quell’ “e” che dava un idea di armonia ma anche di ovvietà, di un logico legame con tutto ciò che avevi mosso prima, del fatto che avevi previsto e calcolato tutto e che sapevi che oramai avresti vinto la partita.
    Addio Alessio, un caro abbraccio ai tuoi genitori, un onore e un privilegio avervi conosciuto tutti e tre.

  2. Loris Cereda
    16 febbraio 2021 - 11:37

    Spiace, avevo scritto questo, glielo leggo adesso:

    Diversi, quasi per gioco

    Quella sera Dario aveva guardato a lungo il mare; poi, tornando in branda, il suo sguardo fu colpito da una finestra, al quarto piano di quel palazzone popolare che stava in mezzo al mare. Dentro c’era un groviglio di tubi e ferri e bombole, di cose da ospedale; e in mezzo a quel groviglio vide gli occhi di Andrea, che guardavano il mare.
    Il giorno dopo, appena svegliatosi, si affacciò subito alla grata, e cercò gli occhi di Andrea, e anche Andrea, quel giorno, aveva deciso che non avrebbe guardato il mare, ma che, tra i tubi dell’ossigeno e quelli delle flebo, avrebbe cercato gli occhi di Dario.
    Dario vide che quegli occhi da ragazzino erano fissi su di lui e che qualcosa si stava muovendo dall’altra parte della finestra; poi vide una grossa lettera dell’alfabeto e poi un’altra ancora, e allora capì e cominciò ad annotarsele fino a leggere la frase finale: sai
    giocare a scacchi? Dario con lo stesso metodo rispose di sì e corse subito a prendere la scacchiera del suo compagno di cella. A quel punto Andrea cominciò a mandargli le sue mosse, sempre alzando un foglio con scritto quale pezzo spostare e dove metterlo, e Dario rispondeva, fino a che il cartello di Andrea gli disse in modo deciso che era scacco matto. Da allora per Dario non fu più un problema far passare il tempo: appena poteva si metteva alla grata e, stabili- to il contatto, dava inizio alla serie delle partite; una, due, dieci, tante, ma il ragazzino era davvero invincibile. Dario si fece anche dare qualche consiglio, prese un libro di scacchi dalla biblioteca, ma non c’era niente da fare.
    Giocarono per qualche mese, poi gli chiese se anche a lui piacesse guardare il mare; ma quel giorno per Andrea alla periferia di Milano c’era troppo freddo per guardare il mare e gli rispose che, in quel momento, preferiva guardare fuori dal finestrino di un treno che correva veloce e che in rapida successione gli faceva vedere tutti i più bei monumenti che l’uomo avesse mai costruito; anche Dario si mise a guardar fuori dal finestrino del treno e cominciò a pensare ai monumenti che aveva visto e a quelli che avrebbe voluto vedere, e pensava che il ragazzino con la maschera dell’ossigeno e le flebo fosse sul treno con lui e che, al contrario degli scacchi, lui, lì, potesse insegnargli qualcosa.
    Per un anno, tutti i giorni, si incontrarono: a volte per giocare a scacchi, altre per guardare il mare, per viaggiare in treno, e anche per correre nei prati; ormai avevano cominciato a intendersi così bene che bastava uno sguardo per capire cosa stessero facendo. Due sole cose potevano dividerli, ed entrambe avevano lo stesso nome; si chiamavano tempo. Il tempo nebbioso che rompeva il contatto dei loro occhi e il tempo del giorno che, lasciando il posto alla notte, interrompeva il loro filo.
    Una mattina di aprile che il sole splendeva forte e il cielo era nitido e si sentiva fortissima l’aria della primavera, Dario, guardando verso la finestra del quarto piano del palazzone popolare, vide i tubi appesi a un trespolo, cercò gli occhi di Andrea, aspettò, lasciò passare la notte, aspettò ancora e guardò ogni giorno in quella direzione; fino a che anche i tubi vennero tolti e la finestra fu chiusa. E allora Dario vide Andrea senza tubi, finalmente libero, che si tuffava nel mare, che guardava fuori dal treno, che correva nei prati e, stanco e arrossato, si sedeva con la scacchiera di fianco.
    Anche Dario sarebbe stato presto libero se, ovunque si fosse trovato, avesse potuto ancora giocare a scacchi con il piccolo Andrea.

    Loris Cereda

Lascia un commento

Devi essere loggato per lasciare un commento. Clicca per Registrati.