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Esito del concorso La regina degli scacchi

Prima di pubblicare la recensione vincitrice, spazio a tre nostre “Menzioni d’onore”.

E siamo ai risultati del concorso! 39 partecipazioni ci sembra un buon risultato (ma non abbiamo pietre di paragone in proposito, i lettori di Scacchierando sono moooolti di più, ma quelli che hanno tempo e voglia di scrivere una recensione sono molti di meno, senza contare che non tutti hanno visto la miniserie televisiva). Come potete immaginare non è stato un compito facile e le classifiche individuali dei redattori a volte differivano l’una dall’altra in maniera significativa. Ma era scontato, voi non siete recensori di professione e noi non siamo giurati critici filmico-letterari.
Comunque, davvero grazie a tutti i partecipanti! Anche a quelli che hanno scritto forse solo per esprimere un’emozione o un’idea e che non si sono mai posti l’obbiettivo di vincere un concorso di questo tipo. Le regole di partecipazione sono state sostanzialmente rispettate e nessuno è stato escluso dalla valutazione finale per infrazioni regolamentari.
L’intento era quello di cogliere l’occasione per permettere di esprimere le emozioni provate e le considerazioni fatte durante e dopo la visione di quest’opera. Crediamo che un momento di riflessione su un evento che, una volta tanto e quasi unanimemente, ha messo d’accordo “addetti ai lavori” e il pubblico più eterogeneo sia importante per provare a comprendere meglio le mille sfaccettature che caratterizzano il nostro “gioco” preferito.

Ed ora? Il programma è già stato anticipato in qualche commento nei giorni passati e da oggi vengono proposte le cinque “menzioni onorevoli”, NON in stretto ordine di classifica. Abbiamo deciso infatti di non pubblicare classifiche complessive rigorose; solo una posizione sarà definita, la prima.

Andiamo a incominciare!

Recensione di Andrea Loi

The Queen’s Gambit comincia con un toc-toc alla porta di un grande hotel a Parigi, seguito dall’ansimante corsa di un’apparente delicata giovane donna tra scale, ambienti eleganti e tavolini. La tensione e la curiosità dello spettatore si svelano nel momento in cui lo sguardo della protagonista è incollato sugli occhi dello sfidante in attesa composta davanti alla scacchiera. Dall’apertura al finale, come in una partita di scacchi, tanti avvenimenti si susseguono e lasceranno lo spettatore incollato alla televisione fino all’ultimo secondo.

I problemi e le difficoltà di Beth Harmon, fin dal principio, sembrano insormontabili per chiunque non abbia vissuto gli stessi tormenti. Gli scacchi, come ancora di salvezza della sua vita, entrano prepotentemente nella quotidianità della protagonista che riesce a trasmettere con grandissima precisione e coinvolgente lucidità ogni singola emozione che uno scacchista si trova ad affrontare durante il suo percorso di crescita.

Chiunque abbia interesse per il gioco degli scacchi, troverà molti piccoli momenti di soddisfazione interiore nella profonda rappresentazione da parte di Anya Taylor-Joy di tutti i sacrifici e delle concessioni necessari per progredire a livello agonistico.

Con la stessa intensità apprezzeremo la scalata costellata da facili e rapide vittorie, a volte incoscienti, e da cocenti sconfitte che genereranno quel sentimento di frustrazione tanto noto allo scacchista e oggi accessibile anche a chi non abbia mai partecipato ad una competizione internazionale.

Cosa rende questa serie meritevole di essere guardata da tutti, dunque?

Il grande lavoro del regista Scott Frank si presta a molteplici domande personali che troveranno risposte originali, ma fedeli alla realtà. Merita, dunque, un plauso la scelta di una protagonista femminile e di una storia ambientata negli anni 50-60, proprio nel periodo in cui, in America, iniziava ad affermarsi Bobby Fischer.

Le difficoltà che una donna deve affrontare per emergere in un mondo prettamente maschile si adattano molto bene anche ai nostri giorni e questo costituisce uno dei motivi che spinge lo spettatore a voler sapere cosa ci sia dietro una delle tante porte che Beth dovrà aprire durante la sua crescita personale e professionale.

La quotidianità e le sfide unite agli amori ed ai dolori di un’adolescente sono, invece, il colore perfetto per la descrizione minuziosa della vita della protagonista che alterna momenti di autodistruzione, incomprensibili al neofita, a situazioni divertenti ed esilaranti.

È sempre difficile raccontare uno sport complesso, la cui conoscenza è invisibile, non essendoci muscoli da mostrare, o mazze da golf di grande pregio da sfoggiare.

Tutti gli attori riescono nel compito di stare al passo con la grandezza di Anya. Questa serie rientrerà nel bagaglio obbligatorio di conoscenza di uno scacchista, nella speranza che sia la prima porta che l’appassionato voglia aprire per entrare in questo nostro meraviglioso mondo, abitato da passione e da grandi soddisfazioni.

Toc Toc! La porta è aperta, resta a voi entrare adesso.

(Andrea Loi)

Recensione di Teodoro Bernacchi

Hanno fatto una serie televisiva su di me, sulla mia vita. Chi lo avrebbe mai detto?

Orfana a otto anni, bambina dall’aspetto insignificante, sono stata mandata alla Methuen Home di Mont Sterling, in Kentucky, dove tutti i giorni mi davano delle pillole verdi per regolarmi l’umore. È lì che ho imparato a giocare a scacchi, dal grasso custode di nome Shaibel. Seduta su una cassetta del latte, in un seminterrato che sapeva di muffa, alla luce di una lampadina senza paralume. Di notte studiavo le aperture, ripassavo le varianti, affinavo la strategia muovendo pezzi fatti di ombre sul soffitto.

Sono rimasta folgorata da questo gioco, soprattutto dalla scacchiera, da quelle sessantaquattro case, spazio angusto all’apparenza, ma che racchiude in sé un mondo intero, dove mi sento al sicuro, perché lo posso controllare, lo posso dominare ed è prevedibile. Quando gioco, so di essere padrona del mio destino; le minacce non compaiono all’improvviso come un furgone dietro a una curva, e se mi faccio male, posso prendermela solo con me stessa. 

Bambina prodigio, poi divenuta donna, ho dovuto confrontarmi con un mondo ostile e incomprensibile. A differenza dei pezzi degli scacchi, indifferenti al sesso, all’età, alla qualità degli abiti, alla religione, al colore della pelle di chi li muove, le persone, là fuori, ti giudicano, ti inquadrano e ti etichettano; non per quello che vali e che sei realmente, ma in base a stereotipi e pregiudizi. Ed ho compreso, a mie spese, che non c’è difesa che tenga contro chi, per vivere, si aggrappa alle proprie bugie; neppure la mia migliore Siciliana. Allora, come il mio creatore, lo scrittore americano Walter Tevis, ho trovato rifugio nell’alcool; rimedio ancora più efficace dei tranquillanti contro quel senso di vuoto in cui sempre cado, quando soffro di astinenza dall’unica cosa al mondo che sono certa di amare: il sapore della vittoria.

Insicura e fragile nella vita, davanti alla scacchiera non temo avversari; tranne uno, Borgov, il russo Campione del Mondo.

Per riuscire a batterlo, oltre che sul mio talento e sulla mia determinazione, dovrò fare affidamento su qualcosa di meglio dell’alcool e delle medicine. Dovrò prima guardarmi allo specchio, come è mia abitudine fare nei momenti difficili, e sconfiggere tutte quelle facce di Beth troppo diffidenti e ostili al cambiamento, per poter così, finalmente, aprire il mio cuore a quell’arma potentissima, da me cinicamente trascurata, che sempre bisogna mettere in campo per venire a capo delle grandi sfide della vita: l’amicizia. 

La serie è davvero ben fatta. Ho apprezzato tutto: la regia, la sceneggiatura (che segue assai fedelmente il romanzo di Tevis), la fotografia, la colonna sonora, i costumi. Bravissimi gli attori, soprattutto Anya Taylor-Joy; non avrei saputo interpretare me stessa meglio di quanto abbia fatto lei.

Le scene in cui si vedono le partite di scacchi sono nel complesso molto buone, e si perdoneranno al regista quelle licenze necessarie per adattarle un po’ ai tempi e ai ritmi che richiede la cinepresa.

È vero, qua e là ci sono delle inesattezze, perfino degli errori nella ricostruzione delle mosse e delle posizioni; tuttavia nulla tolgono alla piacevolezza per lo spettatore comune, potendo poi, addirittura, essere da stimolo alla loro individuazione per lo spettatore che sa giocare a scacchi.

Concludo dicendovi che, se questa serie riuscirà, come credo fermamente, a scaturire in voi anche solo un’infinitesima parte delle emozioni che ho provato io vivendola, allora, statene certi, ne resterete contenti.

Con affetto,

Elizabeth Harmon

P.S. a margine della lettera da lei scritta, allego l’immagine della posizione che Beth e Harry Beltik analizzano durante il quinto episodio, nella scena sotto il porticato, quando alla fine lui se ne va, dicendo di non essere abbastanza bravo. 

La mossa Ch5, presumibilmente l’ultima giocata dal Bianco, non è affatto buona; ma soprattutto, dopo la cattura del Nero CxCh5, la spinta di pedone in c4 fa perdere di colpo la partita, a causa della risposta TxAb1.

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Naturalmente è stata Beth a farmelo notare, ed è uno di quegli errori cui fa menzione nella recensione. Mi ha anche detto, però, che rimarrebbe dispiaciuta se qualcuno, accorgendosene, la biasimasse per il suo atteggiamento verso Beltik, che lei, invece, ritiene appropriato.

(Teodoro Bernacchi)

Recensione di Pietro Tullii

Nei primi anni 50 Beth Harmon, una bambina rimasta orfana a seguito di un incidente stradale, trascorre la sua giovinezza in un orfanotrofio. Qui la vita scorre monotona e preimpostata, finché Beth si imbatte nel signor Shaibel, il custode della struttura, dal quale apprende il gioco degli scacchi e per il quale mostra fin da subito una propensione straordinaria.

Tutte le vicende da qui in poi sono solo un contorno per quella che sarà una rapida ascesa verso l’olimpo del mondo scacchistico e che porterà la protagonista alla vittoria del prestigioso Torneo di Mosca del 1968.

E’ la storia di una donna straordinaria, che grazie al proprio talento riesce ad entrare nel gotha dello scacchismo mondiale, tuttavia lo scopo ultimo dell’opera non è quello di affermare la forza travolgente di una donna in un mondo di uomini, non si tratta di una semplice riproposizione in chiave moderna di un classico Disney come Mulan.

La serie ruota interamente attorno a Beth, protagonista ma al tempo stesso antagonista di se stessa, capace di apprezzare meglio di chiunque altro la raffinatezza della scacchiera, ma incapace di mettere ordine nella propria vita; vita costellata da successi professionali così come da sconfitte personali. La dicotomia è la costante dell’intero arco narrativo: genio e follia, amore e rifiuto, non appaiono come mutualmente esclusivi, bensì come irrimediabilmente connessi.

Nonostante le vicende siano principalmente ambientate negli Stati Uniti, il risultato è un’opera dal sapore russo, contraddistinta da ambientazioni e costumi essenziali che lasciano spazio ad una ricca caratterizzazione psicologica.

Grande plauso va rivolto alla regia di Scott Frank, capace di rendere avvincente un gioco di nicchia, piuttosto enigmatico e statico per coloro che non ne conoscono i meccanismi; chiaramente la storia è di ancora maggiore interesse per chi, come lo scrivente, ha una grande passione per la storia del nobil giuoco. Si scorgono nella protagonista somiglianze ad alcuni dei più grandi scacchisti di sempre, oltre al banale paragone con la fortissima giocatrice d’attacco Judit Polgar, con il genio e la sregolatezza del contemporaneo Bobby Fischer.

Infine si vuole riportare una posizione

Clicca per spoiler riguardanti i successivi diagrammi

della partita finale della serie, che vede contrapposti Beth e il campione del mondo Borgov. Beth, per la prima volta nella sua vita, gioca un gambetto di donna accettato che sfocerà in una partita avvincente e che alla fine la vedrà vincitrice. In controtendenza, rimanendo fedele allo spirito dell’opera, si vuole porre l’attenzione su una mossa dello sconfitto,

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Mossa al Nero

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Cf4!!

una mossa dalla connotazione romantica che non può che ricordare una straordinaria Botvinnik-Tal del 1960.

(Pietro Tullii)

Per l’immagine di Beth Harmon in apertura di articolo credit: Phil Bray/Netflix

4 Commenti a “Esito del concorso La regina degli scacchi”

  1. Darkstorm
    1 dicembre 2020 - 13:02

    Ho letto con piacere le 3 recensioni.
    Vedremo col tempo se la serie rimarrà tra i ricordi di persone e appassionati, di sicuro per Tevis
    già un successo che abbiano pubblicato (purtroppo DOPO, come per l’altro romanzo il colore dei soldi) il libro in forma televisiva.

    A proposito di Romanzi, si festeggia il 50ennale, 1969, del Padrino che l’autore Puzo pubblicò in un periodo della sua vita molto difficile. Mi pare che per tale film sia l’unico caso dove un personaggio interpretato in 2 fasi diverse della vita da 2 attori diversi (marlon brando e robert de niro) abbia consentito di vincere 2 oscar per lo stesso personaggio :-).

    Sebbene io abbia iniziato a giocare a scacchi relativamente tardi, 17 anni e senza maestri, con tante soddisfazioni, sono sicuro che qualsiasi elemento come questo può essere un fattore importante per suscitare interessi e nuove passioni per tante persone a qualsiasi livello.
    All’epoca c’era solo il chessmaster per gameboy, adesso c’è qualche strumento in più tra siti, piattaforme e dvd, istruttori e per gli appassionati :-). Anche se alla fine
    serve l’impegno personale per chi vuole arrivare a qualsiasi traguardo.

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