Chi ha rubato la Torre nera? (terza parte)

(nella foto: Monika Seps al torneo. Il filippino Salvador, alle sue spalle, approfitta della distrazione della ragazza per perlustrarsi le cavità nasali)
Un ispettore, geniale giocatore di scacchi, piacente playboy e solutore di enigmi simili a nodi gordiani, viene assurdamente distolto dalla sua combinazione perché risolva un caso all’apparenza impossibile.
Fra gli indagati viene rapidamente eliminato Dassisti. La Luna comincia a lustrare la fronte degli altri 5.
Bevvi un sorso di acqua. Ci sarebbe voluto un Negroni, ma non volevo che Lazzaro Santandrea fosse preso per un vile copione al mio cospetto.
Camminai avanti e indietro per cinque minuti. Sentivo qualcuno che tossicchiava (d’accordo, d’accordo, non Pedini…), qualcuno che buttava giù la saliva come si faceva nei buoni cinema porno del mio paese. Ah, la nostalgia!
Mi girai di scatto. I respiri si bloccarono mentre Dassisti, ormai tranquillizzato, si infischiava dello svolgersi della vicenda controllando con un coltello a serramanico la pulizia delle proprie unghie.
“Tu!” urlai. Una lunga eco risuonò nel chiostro.
Il cameriere ucraino scoppiò in un pianto dirotto.
“Io no, ti giuro, io no! Io no rubato torre nera… Io so di gioco di scacchi, ma ho scacchi in casa…”.
“Lo so, poveruomo. Lo so che non sei stato tu”.
Tirò su abbondantemente col naso. La Seps gli passò un fazzoletto. In quel momento provai una vaga invidia: avrei voluto piangere io, e che lei mi passasse il suo reggiseno.
Ah, la nostalgia!
Ripresi.
“Avevi un motivo anche tu, però”.
Il malrasato alle mie spalle intervenne:
”Abbiamo il colpevole!”
Lo colpii con un uppercut che Alì se lo sarebbe sognato e Dalì lo avrebbe dipinto volentieri.
“Ho detto che non è lui, sottospecie di passeriforme implume. Il movente ci sarebbe: il cameriere sa giocare a scacchi – in quanto ucraino – e odia gli scacchisti che oggi gli hanno affumicato il locale disquisendo su una variante della Est-Indiana che lui conosce a memoria e che confuterebbe in meno di un minuto sulla scacchiera”.
“E’ vero”, riprese a singhiozzare. “e5, dicevano. E fumavano. Ma come fai a giocare e5 se non hai ancora mosso tuo cavallo? Come? Come!?”.
“Stia calmo sennò la prendo a scudisciate”.
Intervenne il malrasato, massaggiandosi la mascella. “E allora?”
“E allora so che nel momento in cui è avvenuto il furto, fra le cinque e mezza e le sei, stava contando le mance. E’ impossibile che, sfruttato com’è dai suoi aguzzini, perdesse tempo per una vile torre, seppur di pregevole fattura”.
“E allora perché l’abbiamo convocato?”
“Ci ha messo mezz’ora a portarmi un sorbetto, porca *****. Giusto che soffra anche lui, oggi”.
La Seps mi guardò con ammirazione. La gelai con uno sguardo #5. Non era ancora finita la serata.
La Luna si accoccolò come una chioccia sul mio cranio, segno evidente che il destino mi stava incoronando ancora una volta come il Papa con Carlo Magno.
“Posso andare?” fece l’ucraino. “Ho turno di notte”.
“Niente da fare. Subirai l’attesa come tutti. Piuttosto, portatemi da bere”.
Mi allungarono una bottiglia. Il ghiaccio la lustrava come uno Swarosky da collezione.
“Ah, bella fresca! Scende giù che è un piacerone…”.
Karjakin intervenne. “Can I drink something, please? It’s very hot here, tonight…”
Sorrisi benevolo al campione.
“No”. E versai un po’ d’acqua sull’asfalto.
Fine della terza parte.





