Siamo giunti all’undicesima e ultima puntata della rubrica nella quale pubblichiamo alcuni dei principali articoli del sito storico del blog Scacchierando.net, recuperati grazie all’archivio internet Archive.org e ripresentati in vista del quindicesimo compleanno di Scacchierando.
Per concludere questa lunga carrellata ci occupiamo di due prolifici autori. Fabio Lotti, scacchista senese ed esperto di gialli, ha pubblicato su Scacchierando molti bei racconti gialli a tema scacchistico, mentre Mario Micaloni, scacchista romano, ci ha introdotti nel mondo degli studi scacchistici pubblicando molte sue profonde creazioni.
Tra i tanti articoli prodotti da entrambi abbiamo scelto: per Fabio Lotti il racconto giallo “Delitti incrociati”, pubblicato nel 2010, mentre per Mario Micaloni l’articolo “Studi selezionati”, pubblicato nel 2012.

Fabio Lotti

Mario Micaloni
Delitti incrociati

Questo è un racconto davvero singolare. Il commissario Marco Tanzini di Siena ha novant’anni con un “piede e tre quarti nella tomba”. Prima di tirare il calzino vuole raccontare una storia di casi raccapriccianti che gli sono capitati nella sua lunga carriera di piedipiatti. Una serie di morti assassinati nella sua città e dintorni che non sembrano collegati da nessun filo logico. Hanno, però, due aspetti in comune: tutti in qualche modo se ne sono volati via dalla terra per colpa di qualche pianta velenosa dal nome piuttosto eccentrico ed hanno stretti in una mano, sinistra e destra alternate, alcuni pezzi degli scacchi: un pedone nero, uno bianco, un Cavallo, un Alfiere e così via. Un mistero che verrà scoperto con una di quelle felici intuizioni che capitano ogni tanto nella vita. Il vecchietto, tuttavia, non si limita solo a raccontare (con un certo sforzo e lacune temporali) la sua storia, ma svela anche qualche aspetto peculiare della nostra società e della vita di tutti i giorni. Un lungo racconto ironico, spero divertente, che non manca di prendere in giro anche la realtà politica ed i suoi principali rappresentanti.
P.S. Ho scritto questo “particolare” gialletto molto tempo fa per cui la situazione politica oggi è cambiata.
DELITTI INCROCIATI
1) Un cadavere ad Ampugnano
Quando si ha novanta anni e un piede e tre quarti nella tomba non si tengono peli sulla lingua. Da giovani si sta più attenti a esprimere le nostre idee, a formulare certi giudizi, si hanno certi timori, certe remore che tendono a scomparire con l’età. Ho deciso di dire tutto, ma proprio tutto su quegli stramaledetti casi che mi sono capitati precisamente…precisamente…tanti anni fa e sulle persone che in essi furono coinvolte. L’anno preciso non lo ricordo, non ricordo nemmeno se in questo momento siamo nel duemila venti o trenta, ma ho bene in mente che era un’estate bestiale, un caldo da far paura agli africani. Nonostante tutto nessuno si sarebbe immaginato la caterva di morti piombata in rapida successione nella mia città e nelle sue vicinanze. Senza che c’entrasse un fico secco il solleone che, a dir la verità, mandò all’altro mondo un buon numero di vecchietti del nostro paese. Vi racconto quello che mi è successo, così, secondo i ricordi che si affollano nella mia mente, senza far tanto caso alla cronologia né ad un filo logico preciso, che tanto a questa età non ne sarei capace. La mia città è Siena ed io ne ero, allora, il suo commissario di polizia. Marco Tanzini, per essere più precisi, se la memoria non mi inganna…La memoria è una brutta bestia, ti fa fare delle figure cacine soprattutto coi figli e coi nipoti. Per fortuna, o per sfortuna, io non ho moglie, né figli, né nipoti e quindi le figure le faccio solo con me stesso. E riesco anche a prendermi in giro. Però gli avvenimenti di quella rovente estate sono qui nella mia testa. Almeno mi sembra. Tutto cominciò…cominciò con una telefonata nel mio ufficio, mentre ero intento a sbrigare le solite pratiche burocratiche che incitavano allo sbadiglio.
“Pronto, commissà, pronto…”
“Pronto, chi fu?”. Mi piace scherzare, è uno dei miei pochi lati positivi. Avevo riconosciuto dal taglio del sostantivo e dal timbro di voce l’appuntato Esposito Scarchili di pura, anzi purissima razza siciliana. Un giovane sveglio ma refrattario alla lingua patria.
“Sogno…”
“O son desto?”.
“Non mi sfotta, commissà. Cà simo in uno brutto affare…”
“Che ti è successo, ti ha lasciato la fidanzata?”
“No…no…non ci sta da scherzare. Io e Lorenzo…”
“Il Betti?”.
“Sì, sì, io e Lorenzo eravamo di pattuglia, quando…”
“Non me la fare lunga Esposito”.
“Le passo il Betti, lui è più…è più…”.
“Passamelo”.
“Commissario, siamo qui in un bosco vicino all’aereoporto di Ampugnano. C’è una ragazza morta, e a me mi pare assassinata”.
“Accidenti!”.
Una esclamazione che voleva dire due cose: un accidenti per la fine della povera ragazza e uno per le ferie che se ne andavano a farsi fottere. In ogni fatto umano c’è sempre qualcosa di umano, appunto, e qualcosa di egoistico che fa sempre capolino. Alla vista del cadavere rimase il primo e se ne volò via il secondo. La ragazza era veramente una bella ragazza sui venti anni, dai capelli scuri e dal corpo ben proporzionato, tutta distesa sull’erba come se dormisse. Nulla lasciava trapelare il suo tragico destino, se non una riga bluastra intorno al collo. Per il resto aveva una espressione quasi serena. Le braccia erano ripiegate accuratamente sul petto, la mano destra aperta e l’altra chiusa.
“Allora Betti, raccontami questa scoperta”.
“Niente, commissario, eravamo di pattuglia da queste parti quando a Esposito scappa un bisognino. Ci fermiamo sulla strada e lui prende questo viottolo che porta nel bosco. Io aspetto un po’ quando lui mi ritorna di corsa con il viso sbiancato da far paura. Che fai, gli dico, hai visto uno con la lupara? E lui senza rispondere mi prende per un braccio e mi porta qui. Sembrava dormire, ma poi mi sono avvicinato, ho visto il collo e…”.
“Che ne pensi, Manganelli?”. Manganelli è stato il mio braccio destro per molti anni, un tipo più o meno sveglio, voglio dire che ora ci dava e ora non ci dava, con il quale mi piaceva scherzare e con il quale ho avuto anche qualche battibecco, sempre, però, con reciproco rispetto. Tra l’altro lui accettava che gli dessi del tu, mentre a me ha dato sempre del lei. Con il passare del tempo aveva messo su una bella pancetta che spesso cercava di nascondere trattenendo il respiro, soprattutto quando era in presenza di una bella figliola, il che causava un rossore sempre più acceso alle guance. Era nello stesso tempo buffo e simpatico di natura.
“Penso che è una brutta fine per questa povera ragazza”.
“Ma a parte questa riflessione del tutto originale…”.
“Non sarà originale ma sincera e doverosa”.
“…ma anche sincera e doverosa, dico cosa ne pensi così d’impatto di questo che pare proprio un omicidio”.
“C’è qualcosa di strano”.
“Butta fuori”.
“Primo punto:un omicidio così vicino alla strada principale non ce lo vedo”.
“Continua che mi piaci”.
“Punto due:la posizione della ragazza”.
“Che ha di speciale questa posizione?”
“Ma commissario, via, lo vedrebbe anche un cieco. Tutta bella distesa con le gambe unite, i capelli composti, le braccia conserte…Nessun segno di lotta, di difesa, eppure la ragazza non pare fragilina…”.
“E dunque?”
“Dunque, cosa?”
“Cosa ne deduce il mio fine argomentatore da tutto questo?”.
“Questa volta non mi è andata male”.
“E che c’entra?”.
“No, mi riferivo al fine…a quello lì, insomma…”. Gli lanciai la solita occhiata.
“Cosa ne deduco, cosa ne deduco, che l’assassino era il suo amichetto con il quale stavano coccolandosi, lei era tranquillamente sdraiata, lui era pronto a baciarla quando un raptus omicida…”
“Un raptus omicida prende a me se tiri fuori certe corbellerie. Per terra si vedono chiare delle impronte di gomme e sullo spiazzo erboso dove è la ragazza non vedo segni di lotte amorose. Ai lati del corpo l’erba è bella ritta, o sbaglio?”.
“Direi che non sbaglia. Ma allora, commissario, qualcuno l’ha portata qui bell’e morta”.
“Lo vedi che se ti impegni ci arrivi? E l’ha trascinata dalla macchina fino a questo punto, come dimostra la scia sull’erba”.
“E’ vero”.
E allora cosa devi fare?”.
“Come al solito cerco di sapere chi è, anzi chi era questa ragazza…”
“Bene”.
“Poi faccio venire il medico legale e quelli della scientifica per studiare accuratamente la scena del crimine”.
“Perfetto. Ma prima…”.
“Ma prima, ma prima…commissario un aiutino…”.
“Ma prima diamo un’occhiata a quella mano sinistra…”.
“…a quella mano sinistra che, a differenza della destra, è chiusa”.
“Ottimo spirito di osservazione”.
“Lo faccio io, commissario. Ecco fatto. Guardi un po’ che cosa aveva nella mano”.
“Che cosa?”.
“Una pedina bianca degli scacchi”.
“Vorrai dire un pedone…”.
“Una pedina o un pedone fa lo stesso…”.
“Ancora???”.
Per spiegare il senso di questa mia esternazione occorre ricordare che gli scacchi erano già entrati di prepotenza in due storie criminali precedenti che mi avevano tormentato non poco, che anche il sottoscritto conosce sia questo giuoco e anche diversi suoi più o meno abili praticanti che sogliono ritrovarsi presso il CRAL del Monte dei Paschi di Siena. Un’altra brutta vicenda che avesse un rapporto con il cosiddetto nobile giuoco mi avrebbe ingrugnito e incarognito.
“Così sembra”.
“E che c’entra questo stramaledetto pedone con questa storia ancor più stramaledetta! Dimmelo un po’ tu, Manganelli!” gridai con gli occhi che da celesti dovettero diventare verdi come il mare in tempesta.
“Commissario non se la prenda con me. Può essere una specie di firma dell’assassino come lo è stato in quel caso…si ricorda?”.
“Lasciamo in pace i ricordi del passato, Manganelli, che il presente ci basta e avanza!”.
“Lo lascio in pace. Dico che la pedina…”.
“Il pedone”.
“Insomma quello lì può significare una specie di sfida, come per dire ora che vi ho lasciato un segnale trovatemi, se ci riuscite”.
“Mmmmm…ci sta. Dunque è quasi mezzogiorno. Facciamo così. Scatta alcune foto della ragazza, un paio da vicino che si veda bene il volto, me le dai, andiamo a mangiare, poi io faccio una giratina nel ritrovo dei miei amici scacchisti, mentre tu cerchi di sapere chi è la ragazza e in serata, dico in serata, mi ascolti?”.
“A tutto campo”.
“A tutto che?”.
“La ascolto”.
“Dico, in serata fai venire nel mio ufficio sia il medico legale che il capo della scientifica. Voglio sapere tutto, ma proprio tutto di quello che hanno scoperto”.
“Ma…in una sola serata…come faranno a…”.
“Che si sbrighino, Manganelli, e che si arrangino”.
“Allora riferisco che…”
“Si sbrighino”.
“…che si sbrighino e che…”
“Si arrangino”.
“…si arrangino”.
“Un posto nella polizia non è un posto da fannulloni. Sarò lì ad aspettarli. Ora andiamocene a casa”.
2) Giulia, Silvestri e i giocatori di scacchi
Come ho detto, e se non l’ho detto lo dico ora, in quel momento non avevo, perché non l’ho mai avuta, moglie né figli, che potevo anche avere senza bisogno di sposarmi, e neppure mamma e papà che se ne erano andati da un pezzo. Ma avevo Giulia che riempiva lo stesso la mia vita. Giulia era una gioviale signora matura dall’aspetto rotondo che mi metteva a posto la casa e mi teneva perfettamente al corrente di tutti gli eventi della sua prolifica famiglia e, quando questi non bastavano, sapeva ampliare il discorso anche a quelli dei vicini e via via ad altri di interesse nazionale e talora anche internazionale. Una fonte inesauribile di fresche notizie che mi arrivavano tutte insieme da una cannella perennemente aperta. In più c’era in lei quel senso materno che la induceva a trattarmi come un bambino. Con gentilezza e rispetto perché io ero pur sempre un dottore, anche se non mi ero mai laureato. Ma questa è un’altra faccenda.
“Buongiorno, dottore, come va?”.
“Come va, come va Giulia, andava meglio ieri”.
“O che è successo da turbarla in questo modo? Ora che la guardo più da vicino ha una faccia che gli casca il mento per terra”.
“Sa che non voglio parlare di lavoro a casa, ma è successo un altro caso particolare…”.
“Un attentato”.
“Ma no”.
“Meno male, sembra che ora vadano di moda. Io mi ammazzo, ma ammazzo pure te. Che gente!”.
“Ma no, ma no, lasciamo perdere. Vado a lavarmi le mani”.
“Come vuole. Ma sì, parliamo d’altro. Vuole sapere che cosa le ho preparato?”.
“Preferisco la sorpresa”.
“E’ già in tavola. Venga che si fredda”.
“Accidenti! Questa sì che mi rimette al mondo! Dal profumo direi che sono spaghetti ai funghi porcini”.
“Si vede che ha buon naso. Mangi che si sentirà meglio, mentre io lo tengo aggiornato sulle mie storie che le stanno tanto a cuore”.
“Che mi stanno?”.
“Che le stanno a cuore, dottore, me l’ha detto lei qualche giorno fa, quando le ho parlato di mia cognata Luigina, ma poi non ho finito…se la ricorda?”.
“In questo momento ho come un vuoto di memoria, lei mi capisce…”.
“La capisco, la capisco ma il vuoto di memoria glielo riempio io. Dunque mia cognata Luigina, come le dicevo…quella morettina vispa…una volta è venuta a trovarmi anche qui, se la ricorda?”.
”Aridagliela. Le ho già detto che ho come un vuoto…”.
“Due occhioni neri, anche troppo grandi per il mio gusto, un faccino malizioso…”.
“…di memoria”.
“Insomma quella lì che sa fare tutto e vuole tutto e cìcìcì e ciàciàcià…”.
“Cosa?”.
“Suvvia, dottore, non mi caschi dalle nuvole. Lei che ha studiato non mi vorrà dire che non sa cosa significhi cìcìcì e ciàciàcià”.
“No, almeno che non sia il nome di un nuovo ballo sudamericano”.
“E cicìcì e ciàciàcià, una che si dà le arie, che parla, parla e parla solo per il gusto di sentire la sua voce. Insomma vuole prendere la patente quando non sa guidare nemmeno i carrelli della spesa. Se la immagina, lei, a guidare una macchina!”.
“Le ho già detto…”.
“Uffà, però, con lei non c’è da farci un discorso. Dove ero rimasta…”.
“Ai carrelli, questo me lo ricordo”.
“Ah, sì…dunque il marito, conoscendola bene, si oppone ma lei la spunta, indovini come?”.
“O sora Giulia, ora glielo dico alla toscana…”.
“Con uno sciopero”.
“Con uno sciopero? Questa è bellina. Che ha smesso di fargli la pappa?”.
“No, ha smesso di fare all’amore”.
“Porc… Non me l’aspettavo. Credevo che questo tipo di sciopero colpisse solo quelli che non lavorano, come ci ha insegnato Celentano”.
“Aspetti, non è mica finita qui…”.
Giulia era una brava donna, una esperta cuoca e aveva tanti altri pregi, per carità, ma quando incominciava a parlare non la finiva più e allora io di tanto in tanto accennavo di sì con la testa come se la stessi ad ascoltare fino a quando il pranzo era terminato e lei finiva le sue straordinarie avventure con un “Allora, come le è sembrato?” a cui rispondevo immancabilmente con un istintivo“Eccellente!” che poteva andar bene sia per il pranzo che per l’interminabile racconto. Dopodiché me ne scivolavo nel mio studio, mi prendevo un buon caffè all’uopo preparato, mi accendevo un sigarello di quelli stretti e lunghi che avevano sempre colpito la mia fantasia di ragazzo e mi mettevo a gironzolare intorno alla mia biblioteca che era ben fornita e che mi era di molta compagnia. Qui, però, bisogna tirar fuori un tarlo che mi rode da un bel po’ di tempo e che mette in causa i mi babbo detta alla toscana, l’avrò già detto mille volte ma lo ridico, un testone di quelli…Insomma io ho avuto sempre una predisposizione per la letteratura, mi piaceva leggere e scrivere, ho fatto le superiori, mi sono iscritto all’Università. Quello era il mio sogno…ma c’era anche bisogno di lavorare e questo benedetto genitore, la mamma no perché era sempre dalla mia parte, mi ha costretto a lasciare gli studi e ad entrare nella polizia. Lui era già brigadiere a Poggibonsi, aveva delle conoscenze e batti e ribatti mi convinse, oggi direi forzò, a prendere quella decisione. Ma l’amore verso i libri è rimasto e piano piano mi sono costruito una discreta biblioteca, tutta bene organizzata con i libri catalogati uno per uno che è un piacere vederli. La mia prima passione sono stati i gialli, non tanto quelli tutto scazzottate, violenze, inseguimenti, all’americana, insomma per intenderci, o i noir patologici dove chi è più sano ha una demenza senile conclamata, ma quelli dove conta il lavorio delle cellule grigie, dove la scena si svolge in un piccolo paese lindo e pulito e il massimo evento di crudeltà è schiacciare le formiche mentre si cammina. Insieme ai gialli sono poi venuti i testi umoristici perché il riso fa sempre bene e via via tutti gli altri, tra i quali anche quelli di scacchi da quando avevo imparato questo stramaledetto gioco durante il primo caso del cavalier Pelosi trovato una sera morto stecchito proprio al circolo di scacchi. E dire che agli inizi, quando sono arrivato a Siena, mi lamentavo che lì non succedeva mai niente di particolarmente eccitante! Ma sulla mia biblioteca non la faccio lunga ora, perché ci ritorno di sicuro. Dunque, dicevo, stavo puntando qualche libro come un cane da tartufo, quando ti arriva la telefonata. Non una telefonata, badate bene, ma la telefonata che io immediatamente capivo dal momento sbagliato in cui veniva fatta e dal trillo nervoso del telefono.
“Pronto, commissario?”.
“Insomma…”.
“Pronto, commissario, mi riconosce?”.
“Mi faccia pensare. Lei dovrebbe essere il procuratore Silvestri. Ci ho azzeccato, come direbbe il buon Di Pietro?”.
“Ah, bene, non capivo quell’insomma, ma penso che sia una delle sue solite battute”.
Due parole sul procuratore Silvestri bisogna che ve le dica. Ho già detto che ho novanta anni ed un piede nella tomba. Dunque sarò sincero. Mi servo di due o tre metafore per fare più presto. Una piattola, una rogna, un gatto attaccato ai coglioni che veniva a stuzzicarmi nei momenti più inopportuni. Sempre al telefono. Mai che l’abbia visto, che so, nel mio ufficio o nel suo, o meglio ancora sul luogo del delitto. Per una ragione o l’altra non poteva venire e mi perseguitava con questo aggeggio diabolico e mi spingeva a fare presto, a risolvere il caso alla svelta per il buon nome di Siena, della città del Palio che tutti ci invidiavano. E immancabilmente finiva l’intervento buttando giù il ricevitore senza nemmeno un saluto o un semplice arrivederci.
“Dunque, commissario, ho saputo di questo nuovo caso increscioso, incresciosissimo, che ha colpito ancora una volta la nostra stupenda città…”.
“Purtroppo…”.
“E lei mi sa dire solo purtroppo?”.
“Ma, vede, in questo momento, con il pranzo sullo stomaco…”.
“Ma lasci stare le sue egoistiche situazioni personali e metta subito in moto il cervello!”.
“Senza avere digerito il cervello non ha poi tanta voglia di mettersi in moto e non mi pare che l’avere mangiato rientri nella categoria delle situazioni egoistiche personali”.
“Oh, non me la faccia lunga con i soliti distinguo, via quel purtroppo che mi fa orrore e si metta subito al lavoro. Intanto, chi è la ragazza uccisa? Perché mi hanno detto che si tratta di una ragazza”.
“Procuratore, la ragazza è stata ritrovata solo qualche ora fa. Stasera inizieremo le indagini e vedremo…”.
“Ma che stasera e stasera, si butti fuori dal letto…”.
“Sono solo nel mio studio…”.
“Insomma esca dal suo studio e mi cerchi questo nuovo assassino che, a quanto pare, ha ancora a che fare con la combriccola degli scacchisti di cui, non lo neghi, anche lei fa parte”.
“Non ho nulla da negare e niente da nascondere”.
“Quella è una setta…”.
“Ma no, guardi, lasciamo stare le sette che mi ricordano un altro caso, quello di Rosia…”.
“Già, anche quella volta…Insomma, le ripeto, si dia una mossa e mi faccia pervenire al più presto nel mio ufficio un resoconto dettagliato delle indagini”. E come al solito buttò giù il ricevitore senza aspettare risposta e salutare. Naturalmente non pensai nemmeno per un momento a darmi una mossa come aveva ordinato il nostro caro Silvestri, ma mi spaparacchiai sulla poltrona vellutata a farmi una pennichella. I problemi nella vita vanno affrontati con calma. Mai di fretta. La gatta frettolosa fa i gattini ciechi diceva la mia povera nonna, che non aveva mai messo piede in una scuola ma aveva più cervello di tante diplomate del giorno d’oggi. La pennichella ebbe il suo bell’effetto. Al risveglio mi sentii più in forma. Si fa per dire perché, lo ripeto, era un caldo asfissiante. Nonostante questo, o forse proprio per questo, ero piuttosto agitato, sia per quell’accidente di caso cadutomi fra capo e collo, sia perché…perché mi dovevo lavare, cioè farmi una doccia, vestire, o meglio rivestire di nuovo. E qui viene in ballo la mia povera mamma che il Signore l’abbia in gloria. Una donna meravigliosa, si sa, era la mia mamma, ma con un piccolo, devastante difetto. Teneva in modo ferreo, intransigente alla forma. In poche parole fin da piccolo, quando arrivai all’età giusta, mi abituò a vestire in tutte le sante stagioni, con giacca e cravatta. All’inizio recalcitrai ma poi dovetti dargliela vinta e finii per diventare io stesso schiavo di questa funesta tradizione. Però nel male c’è sempre un piccolo spazio per il bene. Comprando cravatte incominciai a conoscere le differenze di qualità, a valutarne il tessuto e i colori. Ne divenni un esperto e finii per farne collezione. Ne avevo un armadio tutto pieno e alcune me le ritrovavo perfino nei cassetti, tanto che mi era sorto il dubbio che potessero prolificare. Di ogni tipo, tutte sfavillanti che sembravano farfalle. Dunque anche quella sera dovetti sceglierne una che era pur bella ma che non favoriva certo la traspirazione. Tuttavia faceva talmente caldo che, quando uscii in strada per avviarmi verso il CRAL del Monte dei Paschi, dove era ubicato il circolo degli scacchi, dovetti togliermi la giacca e allentare il nodo della cravatta, lanciando uno sguardo tra l’implorante e l’insofferente verso il cielo come per dire “Ovvia, mamma…”.
Al CRAL mi sentii un po’ sollevato, dato che c’era l’aria condizionata e potei rimettermi la giacca.
“Qual buon vento la porta, commissario…” iniziò il barista appena mi vide.
“A dir la verità di vento ne vedo poco in giro. E poi anche se ci fosse non sarebbe un buon vento”.
“Perché, che cosa è successo?”
“Ci risiamo “.
“Non mi dica, commissario, che…che… ancora una volta c’è stato qualche brutto affare a Siena”.
“Non proprio, ma vicino”.
“Un omicidio?”.
“Così pare”.
“L’ho sempre detto io. Da quando sono arrivati da noi albanesi, rumeni e ora cinesi e giapponesi…”.
“E russi, polacchi, sloveni, marocchini, egiziani…”.
“Anche lei la pensa come me?”.
“A Lorè che dai i numeri? Non ti ricordi di quando noi dovevamo andare in giro per il mondo con le valigie di cartone tenute insieme con lo spago?”.
“Beh, questo è vero, però…”.
“Però, però…lasciamo stare. L’hai mai vista questa? Voglio dire l’hai mai vista entrare al circolo?” e gli misi sotto gli occhi le foto della povera ragazza. Lorenzo le guardò con attenzione.
“Non mi pare, commissario. Direi di no, proprio di no”.
“Allora dammi una Tassoni che mi rinfresco. C’è nessuno nella stanza dei fissati?”.
“Vuole dire dei giocatori di scacchi?”.
“Quelli lì”.
“Eccome se ci sono. E se le stanno dando di santa ragione”.
“Sono arrivati a questo punto?”.
“No, volevo dire che stanno giocando con una certa, come dire, passione”.
I giocatori di scacchi sono sempre passionali….soprattutto quando giocano a blitz. Trattasi di un incontro veloce, di cinque minuti a disposizione per ogni giocatore. Uno muove i pedoni o i pezzi sulla scacchiera e dopo ogni mossa con un semplice colpetto sull’orologio dell’avversario fa scattare il suo tempo a disposizione e viceversa. All’inizio i movimenti sono leggeri e vellutati ma piano piano diventano frenetici e incontrollati. Alla fine i poveri segnatempo si devono sorbire delle vere e proprie mazzate da esseri che hanno ben poco di umano. Inevitabili le diatribe anche se durante il gioco non si dovrebbe aprire bocca. Hai toccato prima il Cavallo, lo devi muovere…Ma che dici, non l’ho neppure sfiorato. Tu, invece, tocchi sempre qualche pezzo e poi non lo muovi…Non puoi mangiarmi il Re! Non esiste…Sì che posso! A blitz c’è questa regola, se non la sai, studiala.…E’ vero, ragazzi?…Ti è cascata la bandierina…No, prima a te…A me? Ma se te l’ho detto prima io che ti è cascata…Ma che c’entra…Ho vinto per il tempo…Un fico secco, ho vinto io…Ma falla finita. Non giochi un c….! Quando perdi cominci ad offendere…Perché te sei carino! E’ in una atmosfera simile inframezzata da simili discorsi che misi piede nella stanza riservata agli eletti, si fa per dire, di Caissa. La mia entrata non fece alcuna impressione tanto erano presi a muovere freneticamente Pedoni, Re, Regine, Torri, Alfieri e Cavalli. Alla fine della partita, però, tutti si voltarono verso di me.
”Commissario, qual buon vento…”.
“Anche voi! Non mi porta nessun vento, massimamente buono. Magari ci fosse un po’ di vento! Con questa afa beato chi respira”.
“Poi, lei, via…in giacca e cravatta!”.
“Non mi rammentate questa autoflagellazione. Ognuno ha i suoi problemi…Ma veniamo a noi…”.
“Commissario…dalla faccia… non ci dica che ce n’è una nuova perché non ci crediamo”.
“Allora, vorrei che uno per uno veniste qui a questo tavolo che vi devo far vedere una fotografia. Uno per uno, ripeto. La cosa è seria e quindi rispondetemi dopo avere guardato attentamente”.
Tutti guardarono attentamente ma nessuno riconobbe la poveretta.
3) Prime scoperte
Avere insieme tre persone riunite nel mio ufficio come Manganelli, Serbelloni e Rinesi era da comica. Due che non parlavano e dovevano parlare e uno che parlava anche troppo quando, magari, doveva stare zitto.
“Bene, bene, bene eccoci ancora una volta riuniti per cercare di risolvere anche questo caso…”.
“E lei che si lamentava che a Siena e dintorni non succedeva mai nulla di eclatante!”
“Manganelli, non è il momento di sottolineare…Non credo che il Signore, o chi per lui, abbia fatto uccidere alcune persone per farmi contento”.
“No, però…”
“A Manganè, diamoci un taglio”.
“Diamocelo”.
“Anche perché questa povera ragazza merita un discorso serio. A proposito, hai saputo chi è?”.
Manganelli fece il solito sorrisetto furbastro seguito da una spallucciata come per dire “E c’è bisogno di chiederlo?”.
“Commissario, lei mi sottovaluta”.
“No, no io ti considero proprio quello che sei, stai tranquillo. Tira fuori il rospo e falla meno lunga”.
“La povera ragazza è, anzi era, Maria Esposito di ventidue anni, abitante a Siena in via Petrucci 4”.
“Bel colpo. E come hai fatto…”.
“Mi permetta di mantenere il segreto. Ho i miei mezzi di ricerca personali che vorrei tenere ben custoditi”.
“Non è che per caso questi mezzi di ricerca personali si siano avvalsi di una telefonata che i genitori della ragazza in questione hanno fatto alla polizia non vedendola tornare a casa? La butto lì, tanto per indovinare”. Il volto di Manganelli si cosparse di un omogeneo rossore.
“Beh, non è proprio così..ma, insomma…andiamo al sodo, commissario”.
“Andiamoci”.
“La ragazza è figlia unica di genitori provenienti da Napoli, aveva diciotto anni e frequentava l’Università di Siena. Una brava ragazza, studiosa, senza grilli per la testa, aveva il suo moroso come hanno tutte le ragazze di quella età ma senza nulla di serio. Almeno per il momento”.
“Hai parlato con i genitori?”.
“Solo con la madre per telefono. Pensavo che ci volesse parlare di persona”.
“Hai fatto bene. Ci andremo dopo avere fatto quattro chiacchiere anche con i miei devoti esperti della scientifica”. A sentire quattro chiacchiere i due incominciarono ad agitarsi, perché per loro erano già tante due parole. Non ho mai trovato nella mia lunga vita persone così diverse nel fisico ma spiccicate identiche nell’essere restie a tirar fuori il fiato di bocca per esternare le loro idee. Per carità brave persone, seri professionisti, il Serbelloni medico legale e il Rinesi esperto, espertissimo della scientifica. Studiosi e sinceramente attaccati al lavoro. Niente da dire sui loro rapporti estremamente dettagliati, precisi e scritti, tra l’altro, in buon italiano. Il che non guasta. Il guaio veniva durante il passaggio dalla parola scritta a quella orale, e per tirargli fuori una sola frase c’era da sudare come i dentisti. Mi guardarono con sospetto.
“Calma, ragazzi, non c’è nulla da temere. Dovete solo farmi edotto delle vostre scoperte. Chi per primo vuole incominciare?”. Mai domanda ebbe effetto più negativo.
“Visto che tutti e due non vedete l’ora di aprire bocca decido io chi incomincia per primo. La parola al nostro medico legale Serbelloni”. Il quale Serbelloni, si asciugò il volto con le sue manine paffute , si sistemò meglio sulla sedia che conteneva a malapena una parte del suo posteriore, sbuffò due o tre volte e alla fine incominciò, mentre tutti eravamo fissati su di lui come fosse la Sibilla Cumana “Non ho avuto molto tempo per esaminare accuratamente il cadavere, ma posso dire con una certa dose di certezza che la ragazza è morta per strangolamento tra le dieci e le undici di questa mattina”. Detto questo sbuffò di nuovo e smise di parlare.
“La ringrazio per lo sforzo che ha fatto, ma, dico io, qualche altra notizia non guasterebbe. Per esempio, si sono notati altri segni di violenza sul corpo?”.
“No, ma c’è un altro particolare”.
“E che aspetta a dircelo!”.
“Ecco, prima di morire strangolata, con una certa difficoltà, tra l’altro…”.
“Come sarebbe a dire?”.
“Sarebbe a dire che l’assassino ha dovuto stringere ripetutamente il collo per ottenere il suo scopo. I segni lo dimostrano in maniera inequivocabile”.
“Passiamo al particolare di prima”.
“Bene, prima di essere strangolata la ragazza deve avere preso qualcosa che l’ha fatta addormentare”. A questo punto Serbelloni tirò fuori un fazzolettone bianco con il quale incominciò a tergersi la fronte che incominciava a colare. Siccome la cosa andava per le lunghe…
“Per caso vuole farsi anche una doccia, Serbelloni?” ringhiò Manganelli.
“Dai primi accertamenti, che controlleremo ancora, sembra che abbia fumato una buona dose di Rutella-cannabis, un oppiaceo che serve a rilassare il sistema nervoso. Se preso a dosi massicce porta ad un sonno profondo”.
“Uno spinello, insomma…”
“Più che uno spinello. La Rutella non scherza. Ti addormenta in un batter d’occhio”.
Accidenti! Non vi è altra traccia lasciata dall’assassino, maschio o femmina che sia?”.
“Nessuna”.
“Quindi si presume che portasse dei guanti”.
“Esatto”.
Non c’era nulla da fare. Il Serbelloni era così. O prendere o lasciare. L’unica cosa ragionevole era lasciarlo libero e leggere attentamente il suo referto.
“Allora, Serbelloni, se non c’è altro…” Il Serbelloni strinse la bocca e scosse le guance paffute.
“…può andare”. Il Serbelloni si alzò a fatica emettendo un gemito soffocato che voleva essere di liberazione, fece una specie di sorriso e se ne andò traballando così come era venuto.
“Bene, ora tocca a lei, Rinesi”.
“Non credo di poter aggiungere molto”.
“Chissà perché, ma questo quasi me lo immaginavo”.
“Nel senso che le cose più importanti le ha riferite il mio collega…”.
“Mi dica quelle più frivole, che ci divertiamo”.
“Le impronte delle gomme appartengono ad una Punto…”.
“Bene…”.
“Male, invece, ce ne sono troppe in giro. Difficile da trovare, anche se le gomme sembrano parecchio consumate. Abbiamo trovato anche delle impronte di scarpe”.
“Questa, almeno, sarà una buona notizia”.
“Non direi”.
“Oltre che parco di parole anche pessimista, eh?”.
“Non è colpa mia se le scarpe erano avvolte da una robusta fascia di nailon”.
“Altro?”.
“Il pedone”.
“Quale pedone?”.
“Il pedone degli scacchi”.
“Già, me ne ero dimenticato. Bravo Rinesi, la mia memoria incomincia a fare cilecca”.
“E’ un pedone in legno di buona fattura”.
“Si può risalire al venditore?”.
“Sarà difficile, è stato fatto a mano”.
“Allora basta fare il giro degli artigiani…”.
“Ho l’impressione che non basti”.
“Un piccolo segno di ottimismo mai, eh!”.
“A naso direi, data qualche imperfezione, che l’assassino se l’è fatto da solo”.
“Allora, purtroppo, viste le dimensioni, ci azzecchi senz’altro. Altro ancora?”.
“Altro”.
E così si concluse il colloquio con Rinesi.
“Che ne pensi, Manganelli?”.
“Un tipo particolare”.
“Non intendevo cosa ne pensi di Rinesi, che ormai conosco a memoria, ma del delitto”.
“Ci sono due cose che mi hanno colpito: la Rutella cannabis e il fatto dei segni alla gola”.
“Spiegati meglio”.
“Questa Rutella cannabis non l’avevo mai sentita nominare”.
“Nemmeno io”.
“Deve essere un nuovo oppiaceo”.
“Mi era venuta voglia di chiederlo a Serbelloni, ma poi ho desistito…”.
“La capisco, lei in fondo ha un cuore tenero. Dicevo questa benedetta Rutella e quei segni alla gola dimostrerebbero che l’assassino o si è divertito a strozzarla più volte così tanto per soddisfazione, oppure non aveva forza. Tutta l’energia l’ha spesa per il trasporto a mano del cadavere dalla macchina al luogo dove lo abbiamo trovato”.
“Mmmm…può essere”.
“Oppure…”.
“Oppure?”.
“Forse si è lasciato prendere dall’emozione…”.
“Dopo una buona una delle tue. Se prima l’ha stordita, o addormentata con uno spinello di quella roba lì, si è messo i guanti alle mani ed ha coperto le scarpe con il nailon, mi sa che non sia un tipo facilmente emozionabile. A me dà l’idea di uno piuttosto freddino”.
“Scherzavo, commissario, scherzavo…Le pare che io possa tirar fuori una congettura di tal genere?”.
“Non mi pare proprio, Manganelli”.
“Appunto”.
“Ne sono convinto”.
4) Il secondo ed il terzo delitto
Le prime scoperte sulla morte della povera Maria furono anche le ultime. Non riuscimmo a trovare nulla di nulla che ci potesse essere di aiuto per le indagini. La ragazza non aveva nemici e il suo fidanzato, l’unico che in qualche modo assai remoto potesse essere sospettato aveva, invece, un alibi di ferro. Come se non bastasse a questo se ne aggiunsero altri due a quindici giorni di distanza l’uno dall’altro. Una vera mazzata. Ve li racconto in maniera succinta, perché se mi ci soffermo troppo, di sicuro mi scoppia un’ ulcera.
Ero in ufficio insieme a Manganelli, mi pare di venerdì del mese di…di…non ricordo bene.., ad interrogare un gruppo di ragazzacci dai quindici ai vent’anni che erano stati sorpresi a bruciare le macchine nella zona di San Prospero della mia città. Un passatempo, come quello di gettare i sassi dai cavalcavia, che allora andava tanto di moda nel nostro paese.
“Chi di voi è il capobanda?”. I delinquentelli si guardarono fra loro accennando ad un tipo dai capelli a spazzola basso e tarchiato che si alzò dalla sedia con un sorrisetto ironico.
“Mi sembra che non abbiate capito dal vostro atteggiamento la gravità della situazione. Tu dunque, saresti il capo di questa combriccola?”. Il ganzetto aprì le mani in segno di assenso facendolo seguire da una sfrontata biascicatura di cilingomma.
“Bene, bene vedo che sei un osso duro. Intanto butta via nel cestino codesta robaccia che hai in bocca”. Il tono non ammetteva repliche. Il capobanda sorrise, dette uno sguardo ai suoi affiliati, poi tolse di bocca la gomma, la mise tra l’indice e il pollice e la scagliò direttamente nel cestino centrandolo in pieno. Poi si dondolò spavaldo sulle anche.
“Bel colpo. Come bello è stato quello di bruciare le macchine. Solo che il primo non vi costa nulla, mentre il secondo vi costa qualche annetto di galera”. Qualche ragazzaccio incominciò a sbiancare, mentre il capello a spazzola sorrise ancora, anche se in maniera meno convincente.
“Tuttavia prima di sbattervi tra le sbarre mi piacerebbe conoscere il motivo di questa bravata. Tu come ti chiami?”.
“Franco”.
“Allora Franco, perché avete bruciato quelle macchine?”.
“Ma…non saprei, per passatempo, la sera ci si annoia, la solita vita, le solite cose. E poi lo avevano già fatto a Roma e a Parigi…”
“Certo, non era bello rimanere indietro. Siena non doveva essere da meno…”.
“Insomma, commissario, per provare qualche emozione”.
“Come sono cambiati i tempi!” intervenne Manganelli che li stava osservando con gli occhi torvi. “Io, quando ero giovane, per avere una sferzata di adrenalina, andavo a rubare le ciliegie. Una volta il contadino mi acciuffò e mi dette una di quelle scariche di legnate…”.
“Manganelli! Ti pare il momento di raccontare le tue bravate? Qui siamo di fronte ad un fatto grave, gravissimo…”.
“E’ vero, commissario. Ma dico, ragazzi, non ve ne rendete conto?”. La frase del mio braccio destro cadde nel vuoto perché proprio in quel momento bussarono con insistenza alla porta.
“Avanti!”.
“Commissario, mi scusi se la interrompo, ma nei giardini di Vico Alto è stato trovato un cadavere”.
La notizia mi colpì come un pugno di Tyson al basso ventre. Non svenni per volontà degli dei e per la prontezza dei riflessi di Manganelli che, nonostante la pinguedine, fu pronto a sorreggermi. Ci recammo nel luogo indicato lasciando la banda dei teppisti sotto la custodia del Pasquini. Arrivammo nella zona suddetta a sirene spiegate come aveva voluto il mio salvatore. D’altra parte ogni tanto bisognava che gli dessi soddisfazione. E l’occasione forse se la meritava. Ad attenderci c’era già un bel capannello di gente curiosa che circondava una panchina vicino alla quale stava per terra un signore. Al nostro arrivo tutti si voltarono verso di noi.
“Largo, largo! Lasciate passare la polizia!” gridò Manganelli con volto accalorato. Poi, rivolgendosi ad altri tre sottoposti che erano venuti con noi, “Tenete lontana la gente, mandatela via. Non vogliamo nessuno intorno”.
“Chi ha scoperto il cadavere?”.
“Manganelli, ti vedo vispo e pimpante e ciò ti fa onore. Ricordati, però che ci sono anche io”.
“Mi scusi, commissario, mi ero lasciato prendere…”.
“Non lasciarti prendere. Calma e sangue freddo. Dunque chi ha scoperto il cadavere?”. Si fece avanti un signore anziano con gli occhiali e dal viso spiccicato a quello di una tartaruga delle Galapagos.
“Io” rispose debolmente, diventando un po’ rosso dall’emozione. “Mi sono avvicinato a questa panchina dove era seduto…era seduto quel signore…Mi scusi…”
“Sono il commissario Marco Tanzini, non si preoccupi, capisco la sua agitazione. Parli con calma. Si prenda tutto il tempo che vuole”.
“Sa, sono vecchio e…”.
“Il commissario ha detto che la capisce, signor…?” chiese Manganelli.
“Mi chiamo Quinto Carlesi”.
“Bene, vada avanti”.
“Dunque…mi sono avvicinato alla panchina dove quel signore sembrava che dormisse ripiegato su se stesso. Mi sono messo a sedere vicino a lui. Poi, appena l’ho toccato con il braccio, è caduto disteso in avanti. Ho come avuto un tuffo al cuore, commissario. Mi è venuta una paura…”.
“La capisco, la capisco…”.
“Il cuore ha incominciato a battermi forte, commissario, lei mi capisce…a questa età…”.
“Il commissario ha già detto che la capisce!” intervenne Manganelli con un tono un po’ alterato.
“Manganelli, lascia stare…”.
“Lascio stare, ma questo insiste…”.
“E’ un povero vecchio. Un po’ di comprensione, via. Senta, signor Quinto, per caso ha visto qualcuno prima di lei seduto su questa panchina, o comunque qualcuno che parlasse con il…insomma con quello che è poi caduto?”.
“No, non mi pare”.
“Ci pensi bene”.
“Il commissario le ha chiesto se ha visto qualcuno prima e non dopo che si è messo a sedere!” urlò quasi Manganelli.
“Via, ora stai esagerando”.
“Commissario, ma questo non capisce…”.
“Vorrei vedere te alla sua età”.
“Intanto ci devo arrivare”.
“Anch’io. Grazie, signor Quinto. Prima di andare via lasci le sue generalità…”.
“Che cosa?”.
“Pensaci te, Manganelli”.
Il cadavere dell’uomo che dai documenti si rivelò essere quello di Luigi Ermini, di anni settanta, abitante in via Sant’Angelo numero 5, era disteso davanti alla panchina con la faccia tesa verso terra. Il commissario lo rivoltò e mise a nudo il volto stropicciato dall’erba con un rigagnolo rosso che partiva dal naso. Evidentemente il colpo dovuto alla caduta aveva aperto qualche piccola ferita. All’infuori di questo particolare niente segni di violenza.
“La morte lo ha colto all’improvviso. Da una parte beato lui…” disse Manganelli
“Dall’altra beato te che giungi subito a conclusioni affrettate. Raccogli quel foglio che sembra l’involucro di una caramella e…e…”.
“Che cosa le prende, commissario?”.
“E…apri la sua mano destra che…”.
“Ha paura che contenga qualcosa?”.
“Lo temo proprio”.
“Ecco fatto. Diciamo che lei è un buon veggente. Glielo dico?”.
“Dimmelo”.
“Nella sua mano destra ho trovato una pedina, o meglio, un pedone nero degli scacchi, commissario”.
Non riferisco i miei commenti per pudore nei vostri confronti. Dico solo che feci arrossire perfino Manganelli. Dall’esame dell’involucro i miei esperti della scientifica arrivarono alla conclusione che esso contenesse una caramella la quale, a sua volta, conteneva un estratto della terribile Infida-mastellaria.
“Infida-mastellaria? Ma che roba è?” chiesi questa volta al nostro stimato Serbelloni.
“E’ una pianta velenosa che si coltiva soprattutto a sud del nostro paese. Essa colpisce la parte destra o sinistra del cuore”.
“Così, a suo piacimento?”.
“Come le torna meglio. La morte è quasi istantanea”.
“Non l’ho mai sentita nominare”.
“Sono piante nuove, moderne, ma terribilmente letali”.
E questo fu tutto, nel senso che non riuscimmo nemmeno questa volta a cavare un ragno dal buco. Ma non era finita lì. Passati più o meno quindici giorni, ecco un’altra tegola in testa. Questa volta non mi trovavo nel mio ufficio, me lo ricordo bene, ma a casa perché era domenica. Tra l’altro mi ero proposto di leggere qualcosa di divertente che mi tirasse un po’ su il morale, ma la mia ricerca si stava facendo vana. Nel senso che nessuna opera umoristica riusciva ad essere ad un livello più alto del mio tragico umore. La telefonata di Manganelli accentuò ancora di più il dislivello.
“Capo…”.
“Quante volte ti ho detto di non chiamarmi capo. E poi ti ricordo che di domenica…”.
“Mi scusi, commissario, ma…ma…”.
“Non mi dire che oltre al cervello ti si è incantata pure la lingua, anche se a pensarci bene non sarebbe un gran danno”.
“Capisco il suo umore e proprio per questo cerco in tutti i modi di essere garbato”.
“A Manganè, se fai così il tuo garbo è peggio di un vaffan….”.
“Ho capito, commissario”.
“Bravo”.
“E’ stato trovato un morto”.
“Un altro?”.
“Un altro”.
“E dove, se è lecito?”.
“Al cinema”.
“Anche i morti hanno diritto al loro passatempo”.
“Vedo che l’ha presa bene”.
“Benissimo. Se fossero stati due l’avrei presa anche meglio”.
“Allora la sua non è lieve ironia ma un duro, feroce sarcasmo…”.
“Dì pure una discreta incazzatura, se il termine non ti fa effetto”.
“Nel modo più as…”.
“Mangané!”.
“Il morto è stato trovato al cinema Luxor”.
“Sarò lì tra un minuto e sarà bene che ci sia anche te”.
Arrivai al cinema che non c’era quasi nessuno. La cosa mi parve strana, ma poco dopo ne capii la ragione dal tipo di film che stavano proiettando. Trovai Manganelli già sul posto.
“Sono già arrivato, come vede”.
“Ti vedo, ti vedo. Allora, sai già cosa è successo?”.
“Credo di sì, mi sono dato subito da fare. Alla fine del primo tempo del film. Vuole sapere il titolo?”.
“Cosa vuoi che mi interessi il titolo, Manganelli. Vai al sodo, non tergiversare”.
“Alla fine del primo tempo del film…”.
“Lo hai già detto”.
“…all’accendersi delle luci in sala un signore di una certa età ha lanciato un urlo. I pochi habitue…”. Gli lanciai un’occhiata decisa.
“…Insomma quelli che di solito vengono a vedere questo genere di film…”.
“Non fare il razzista. Oggi tutti vengono al cinema”.
“Magari con le mogli ed i bambini”.
“Con le mogli ed i bambini”.
“Magari a vedere…a vedere…”.
“A vedere che cosa, Manganelli. Oggi me la fai più lunga di Serbelloni e Rinesi messi insieme. A vedere che cosa?”.
“…A vedere “Il randello dell’avvocato 2””. Rimasi di sasso, il randello mi aveva effettivamente colpito, ma non volli dargliela vinta.
“Ma figurati, con quello che c’è in giro oggigiorno che cosa vuoi che sia il…
“Il ran…”.
“…quello lì…In ogni modo lasciamo perdere…De gustibus…”.
“De che?”.
“Fa niente Manganelli,…Piuttosto c’è ancora chi ha scoperto il cadavere?”. Il mio braccio destro fece un cenno di assenso con la testa.
“Bene, sentiamo che cosa ha da dirci”. Lo “scopritore” era un tipo strano dagli occhiali spessi e dalla faccia mal rasata. Emanava anche un odore particolare che faceva a pugni con il profumo.
“E’ lei quello che si è accorto del cadavere?”.
“Sì, sono io”.
“Ci dica quello che è successo”.
“Era da poco finito il primo tempo di un film che ad essere sincero…”.
“Lasci stare il film che già mi immagino come sia”.
“Dunque si erano accese le luci, quando io mi alzo un po’ per sgranchirmi e girandomi butto lo sguardo su una persona alle mie spalle. E incomincio a gridare”.
“E perché?”.
“Ma perché, perché…lo può vedere anche lei…”.
Vedendolo anche io riuscii a capire la ragione dell’urlo. Il disgraziato era un tal Ferdinando Falugi di sessanta anni, pensionato, abitante in via dei Pellai 3. Era seduto sulla poltrona con le braccia allargate e il viso leggermente rialzato verso l’alto. Quello che mi colpì era l’espressione terrorizzata ed i due occhi che quasi erano usciti dalle loro orbite.
“Un bella vista, non c’è male. Possibile che sia l’effetto del film?” commentò Manganelli. Non era l’effetto del film ma, come ci spiegò più tardi il solito Serbelloni, della Larussitia-horribilis, un’altra pianta velenosa, che aveva mandato il Falugi all’altro mondo tra le diciotto e trenta e le diciannove, per mezzo di una caramella il cui involucro era stato rinvenuto ai piedi del medesimo.
“Ancora una caramella?”.
“Purtroppo, ancora”.
“Ma siamo sicuri?”. Il Serbelloni non rispose, ma arrossì lievemente.
“Facevo così per dire. E questa volta qual è l’effetto di questa Larussa…?”.
“Larussitia”.
“Di quella lì”.
“Colpisce il nervo ottico e provoca un collasso nervoso”.
“Come se si vedesse il diavolo in persona?”.
“Più o meno, o forse più”.
Rutella, mastellaria, larussitia… ma…ma questi nomi latinizzati derivano dai nostri uomini politici. O sbaglio?”.
“Non sbaglia”.
“Ma perché questa scelta così inusuale?”.
“Perché questi nomi danno proprio l’idea degli effetti che possono provocare i veleni”.
“Porc…la spiegazione non fa una grinza”.
Nessuno degli habitue, come diceva il Manganelli, che erano presenti alla proiezione, riuscì a fornirci una pur misera indicazione sulla persona che, in qualche modo, si era avvicinata al povero Falugi. Il fatto, poi, che si fosse trovato un Cavallo bianco stretto nella sua mano sinistra, ad eccezione di una acuta diarrea al sottoscritto, non fornì nessun aiuto alle indagini. A questo punto decisi di andare dal dottore.
5) Dal dottore
In vita mia sarò andato dal dottore un paio di volte. La prima perché da ragazzo mi spaccai una gamba cascando da un albero di susine che aveva attirato fortemente la mia attenzione, la seconda quando dovettero farmi la visita per il servizio militare. Poi non ricordo facce di dottori. Ma in quel periodo feci ammenda di tutte le volte che non c’ero stato. Quei casi irrisolti mi avevano procurato tutte le malattie del corpo umano. In modo particolare quelle inerenti al sistema nervoso. Andare dal medico non sarebbe nulla se non ci fosse da aspettare. Da aspettare in un lungo corridoio affollato di pazienti che altro non fanno che parlare di malattie. Quelle loro, quelle di parenti e degli amici vicini e lontani. Un vero sollucchero.
“Come va Angiolina? E’ tanto che non ti vedevo”.
“Come va, come va…da vecchiarelli. Si tira avanti…”.
“O che hai?”.
“Che ho…che ho…Mi fa sempre male la testa, mi prendono i capogiri che non sto in piedi”.
“E i che ti ha detto i dottore?”.
“Che m’ha detto…che m’ha detto…La voi sape una ‘osa”.
“E dimmela”.
“Anche loro in certe malattie, un ci capiscano nulla. Sarà la circolazione, sarà questo, sarà quest’altro. Intanto io mi tengo i mal di testa e casco per terra”.
“Ovvia, un ti butta’ giù. Prova a and’ da i dottor Corradi, quello che ha l’ambulatorio alle Fornaci, vicino a Castellina. Pensa che ha guarito la cugina di mi’ zio Francesco che aveva i tuoi stessi sintomi. E’ tanto bravo, e poi una persona così carina, così gentile…”.
“Ma quanto piglia?”.
“Ma piglia po’o e poi se si tratta della salute, via…”….
“Allora, Marcello, che ci fai qui da i dottore? Un ti c’ho ma’ visto”.
“Da qui in avanti mi ci vedrai”.
“O che t’è successo? Me lo po’ di’?”.
“La prostata”.
“Anche te?”.
“Anche io. A questa età s’ingrossa e qualche volta se un vo di ‘orsa a i gabinetto me la fo addosso. Accidenti alla vecchiaia!”….
“O te, o chi ti c’ha portato?”.
“Vengo a prende’ le medicine per la mi’ socera”.
“O che ha?”.
“O che ha, piccinina, è vecchia e questa è di già una malattia. E poi ha un’ernia strozzata che un si po’ move, e piange e si dispera. Un tormento, e come se non bastasse…ma un mi ci fa pensa’. Te piuttosto…”.
“Io, lo vedi, ho i bastone, un cammino più, ho un’artrosi che mi blocca tutta la gamba destra. E un dolore, soprattutto la notte, un dolore tu sapessi…”.
“Me lo immagino, piccinina”.
“…che qualche volta mi verrebbe la voglia di buttammi dalla finestra”.
“Ma un lo di’ nemmeno pe’ scherzo!”.
“Un lo di’o ma quando siamo conciati così tutti ci scansano. Un siamo più boni a nulla”….
Qualche volta tra le malattie si insinua qualche piccante pettegolezzo che rende l’aspettativa meno pesante.
“La sai l’ultima?”.
“Che è successo?”.
“La Maddalena, che già i nome è tutto un programma…”.
“Un l’ho mi’a in mente”.
“Ma come un la conosci, l’avrai vista mille volte”.
“Unn’ho mi’a detto che un la conosco. Solo che ora un me la ricordo”.
“La sorella di Roberto, quello che lavora da Gino che fa i meccanico…”.
“Mah…”.
“…che una volta pe’ fa i bischero con la macchina mise sotto Ambrogio i postino…”.
“Ah sì, qui cretino, la su sorella Maddalena, qui gran pezzo di passera…”
“Quella”.
“E che ha fatto?”.
“Lo sai che era fidanzata con Marcello i macellaio”.
“Lo so, lo so”.
“Vedo che la memoria t’è ritornata”.
“E chi non la conosce Maddalena, fa girà la testa anche a finocchi”.
“Ma se prima…lasciamo perde’. Insomma l’hanno vista gira’ di notte co’ Alfredo”.
“Con chi? No, un ci posso crede’. Ma se è sposato e ha quattro figlioli!”.
“Insomma ce l’hanno vista e pare anche che l’abbino vista intrufolassi ni bosco di Carpineto con Giovanni, i figliolo di Giuseppe i benzinaio”.
“Ma se ha appena vent’anni e lei n’avra una quarantina anche se è sempre un tocco di passera…”.
“Questo s’era capito. Ma qui viene i bello. Avvicinati che se no ci sentano”.
“Perché finora…”.
“Tre giorni fa i fidanzato insospettito l’ha seguita”.
“Mi immagino i seguito”.
“Un ti immagini proprio nulla. L’ha seguita anche Alfredo, quello sposato”.
“E allora?”.
“E allora l’hanno scoperta insieme a Giovannino e se le sono date di santa ragione”.
“Tutti e tre’”.
“Tutti e tre. E sono finiti all’ospedale. Hai capito che roba? Un c’è niente da fa’. Di donne ci sono quelle per bene e quelle che nascano maiale”. E così via.
Poi c’è il problema del turno, perché sono talmente tanti ad andare dal dottore che ogni paziente deve ricordarsi bene quando è il suo momento. Solo che chi va dal dottore è di solito gente anziana che non fa della memoria il suo punto di forza, per cui si assiste di solito a delle incredibili scenette.
“Ovvia, ora tocca a me”.
“Ma guarda, Gino, che c’ero prima io. L’ho chiesto a quella signora che è entrata da i dottore e m’ha detto che era l’ultima”.
“No, Cesira, un’ incomincia’ a vol’ passa’ pe’ forza come fa’ sempre, perché…”.
“Ma sentilo! Questo lo dici te. Io un voglio mai passa’ pe’ forza, ma quando mi tocca mi tocca. Te, semmai, vo’ fa sempre i prepotente anche colle signore!”.
“Guarda che ti sbagli. Prima di te c’ero io. T’ho anche visto arriva’ insieme a Giuseppe. Vero, Giuseppe?”.
“Arriva’ co’ Cesira e s’ arrivato, ma un ti sapre’ di’ se te già c’eri. Voglio esse’ sincero. Io un t’ho visto”.
“Ma allora vi siete messi d’accordo! Anche te, poi, se’ bono a raccontalle. E t’hanno messo anche i soprannome di Berlusconi da quanto le spari grosse”.
“Perché te, mira, s’è bravo. Lo sanno tutti che ti davi malato pe’ un’anda’ a lavora’ e invece andavi a caccia. E una volta t’hanno anche pescato e ti s’è preso una bella multa!”.
“Se dovessi parla’ delle tue starei qui fino a Pasqua, caro il mio Berlusca, ma un ci casco…”.
A questo punto quasi inevitabilmente arriva la sorpresa.
“Signori, mi dispiace interrompervi, ma tocca a me. Sono un rappresentante di medicinali e ora è il mio turno perché passo tra un paziente e l’altro”.
Quando ti tocca il tuo di turni sono passate un paio d’orette. Perché il mio è un medico di vecchio stampo per nulla spicciativo. Occhiali, barba bianca, faccia bonaria, aria affabile, movimenti lenti, lentissimi. Se rinasce animale lo vedo bene come bradipo. Per un’unghia incarnita ti ci tiene un’ora, non come i medici d’oggi che in quattro e quattr’otto ti fanno una diagnosi completa di tutte le frattaglie.
“Allora, commissario, è un bel po’ di tempo che non la vedo. Anzi, quasi non la riconoscevo”.
“Anch’io, dottore”.
“Si accomodi. Che cosa l’ha fatta venire da me?”.
“Ha sentito parlare di questi ultimi casi avvenuti dalle nostre parti?”.
“Li ho letti sui giornali”.
“Ecco, quelli mi hanno fatto venire da lei”.
“In che senso?”.
“Da quando sono dietro a questi fattacci non sto bene. Mangio poco, non dormo, mi fa male lo stomaco, mi sembra di non respirare. Insomma sto male, dottore”.
“Sarà lo stress accumulato, un po’ di depressione, non si preoccupi. Ora lo visito e le prescrivo una bella cura che la tirerà sù”.
Mi prescrisse una bella cura a base di Zoloft e Xanax che ebbero l’effetto di rincitrullirmi ancora di più.
6) Tempi duri
In una situazione di alterno abbattimento-incazzamento arrivò la telefonata. Precisa, puntuale, prevedibile. D’altra parte dopo tre episodi di quel genere era anche ragionevole, sebbene a me paresse come il colpo finale dato ad un uomo morto. Il che mi fece venire alla mente un episodio storico successo a Gavinana. Per non dargli soddisfazione cercai di mantenere almeno un filo di quella ironia che mi aveva sempre contraddistinto.
“Pronto, commissario?”.
“Quasi vivo e quasi vegeto”.
“La capisco, tutti questi casi irrisolti avrebbero schiantato un bue”.
“Per fortuna non sono un ruminante”.
“E proprio per questo e per la sua completa e fattiva dedizione al suo lavoro durante tutti questi anni di servizio presso…”.
“Dov’è il trucco?”.
“Quale trucco?”.
“Sì, dico, tutta questa lisciata a cosa serve?”.
“Serve…serve…Intanto da parte mia c’è sempre stata un’alta considerazione, se ben si ricorda…”.
“Mmmmm….mi faccia pensare”.
“Via, non mi dica…vede…purtroppo…mi hanno incaricato…sono ordini dall’alto, mi creda, da molto in alto…”.
“Mi fa venire le vertigini”.
“Io non avrei voluto, lei lo sa bene…ma dopo tutti questi omicidi, commissario…a Siena poi…Insomma sono latore…”.
“Venga al sodo, signor procuratore”.
“Vengo al sodo, d’altra parte lei stesso mi incita…”
“Dunque?”. E qui venne fuori il solito Silvestri.
“Dunque il suo incarico è stato revocato. Si consideri congedato per tre mesi. Si curi e si riposi” e riagganciò senza tante storie. E così mi curai e riposai confortato, come ho già detto, dalle visite degli amici, da quelle di Manganelli che mi teneva al corrente degli eventi e dalle attenzioni della signora Giulia che si mostrava sempre più preoccupata del mio stato di salute. Allora si ingegnava a prepararmi dei manicaretti a base di non so che cosa che rinforzassero il sistema nervoso e tirassero su, diceva lei, il mio morale. Per distrarmi, inoltre, dalle mie preoccupazioni, era prodiga di racconti più o meno personali ancora più lunghi di quelli a cui era solita sottopormi, soprattutto durante l’ora dei pasti. Diceva di buttar via le medicine, di uscire fuori a prendere una boccata d’aria, per svagarmi e parlare con gli altri, che altrimenti sarei finito male. Come era successo alla cognata di suo nipote, no…non quello che abita a Colle Val d’Elsa un fannullone che Dio ci scampi e liberi che non c’entrava niente, ma quello di Castellina in Chianti, un ragazzo sveglio che si sarebbe fatto strada nella vita, e insomma questa cognata era stata lasciata dal marito, farabutto che non era altro, per andare dietro alle sottane come gli pareva, ed era caduta in una brutta depressione e stava sempre sola e non voleva uscire di casa, tanto che alla fine, insomma era morta. La conclusione era che la sera mi ritrovavo con la testa ancor più confusa e la serotonina a livello zero.
Cercai conforto nella mia fedele biblioteca e nelle visite d’arte che in precedenza mi avevano aiutato nei momenti difficili. Per non pensare alla mia situazione psicofisica, mi misi a leggere di tutto e di più. Ogni libro ha una sua caratteristica che lo distingue da tutti gli altri. Un po’ come noi esseri umani. Può essere pesante o leggero, di carta ruvida o patinata, può avere caratteri diversi, una copertina morbida o rigida, può contenere illustrazioni e così via. Ogni volta che lo si incontra è come ritrovare un amico, un conoscente, qualcuno con cui parlare, con cui confidarsi. O arrabbiarsi di brutto. Non è che con tutti i libri vai d’accordo. Talvolta ti ci incavoli e li mandi a quel paese. Per quello che dicono, per quello che vorrebbero che tu facessi o sentissi nel tuo animo. Tal’altra addirittura ti verrebbe la voglia di scaraventarli fuori dalla finestra. Ma non lo fai, perché dal confronto e dallo scontro c’è sempre qualcosa da imparare. E così li tieni lì da una parte pronti ad essere usati quando hai voglia di prendertela con qualcuno. Quella era l’occasione buona. Mi aggrappai all’epica, ai grandi condottieri del passato per vedere se mi davano un po’ della loro forza e del loro coraggio. Rilessi interamente l’”Iliade” e l’”Odissea” ritrovando le gesta che mi avevano entusiasmato da giovane studente. Mi ritrovai a parteggiare ancora una volta per Ettore contro Achille che già partiva con il bel vantaggio di essere invulnerabile, e questo mi pareva un vero e proprio schiaffo alla giustizia. Ettore era il mio idolo, il mio eroe. Umano, e per questo vero. Contro il Fato non c’è nulla da fare. L’aveva detto a sua moglie Andromaca. Ilio sarebbe stata presa dai greci, lei fatta schiava, ma lui doveva combattere. In seguito fuori dalle mura ci sarà Achille piè veloce ad attenderlo. Invano il padre e la madre lo pregano di non combattere. Tutto scritto, tutto segnato. Ad Achille la gloria, ad Ettore onore di pianti finché il sole risplenderà sulle sciagure umane, secondo il noto verso del poeta. Così come è segnato il destino di Leonida e dei trecento spartani che devono fermare l’esercito persiano alle Termopili, così come è segnato quello di Vercingetorige sopraffatto dalla forza di Cesare. La storia è fatta di eventi ma, soprattutto, di uomini. Ed è per questo che mi sono appassionato alle biografie. Al liceo avevo letto come l’Alfieri si fosse innamorato de “Le vite parallele” di Plutarco. Questo fu uno dei miei primi acquisti significativi. Anche dal punto di vista pecuniario, perché si trattava di comprare diversi libri e il mio borsellino era desolatamente vuoto. Fui aiutato dagli amici che fecero una colletta. Li ringrazio ancora oggi. Mi misi dunque a rileggere alcune biografie del grande storico greco, per vedere se potevo in qualche modo carpire i segreti della loro grandezza ed elevarmi dallo stato di impotenza in cui mi trovavo. Come effetto delle letture, tanto per fare contento il Foscolo, piansi anch’io alla tragica morte di Ettore, e per non essere scortese nei confronti degli altri, mi commossi come un bimbo di fronte alla fine di Leonida e di Vercingetorige, anche se in quest’utimo caso un po’ meno perché, pur combattendo per la libertà del popolo gallo, comunque era sempre un nemico dei romani ed un po’ di nazionalismo ce l’avevo nel sangue. Tuttavia non riuscii a carpire nemmeno una briciola di forza e manco di sollievo da quelle vite famose. Con Ulisse andò meglio e le sue mirabolanti imprese lì per lì mi diedero una specie di sferzata positiva ma alla fine, al momento dell’incontro con Penelope, dopo aver fatto fuori tutti quei maledetti Proci, non seppi resistere e mi vennero i lucciconi. Ero troppo stressato per reggere pagine tragiche.
Decisi di buttarmi sull’umorismo. Un aspetto dell’umanità che mi aveva sempre interessato fin da ragazzo era quello relativo al sorriso nelle sue componenti essenziali:umorismo, ironia e satira. Tutto ciò che portava al buonumore e faceva sorridere e ridere anche amaramente mi attirava. I giornalini di Paperino, Paperone, Pippo, Pluto. Topolino ecc…mi facevano sbellicare. Stavo ore e ore a sfogliarli. Poi vennero i libri. Un sacco di libri. Perché mi prendevano delle vere e proprie fissazioni. Se ero attratto da qualcosa dovevo subito saperne il più possibile. Dovevo leggere, documentarmi. Il primo vero impatto avvenne con le “Satire”, e non tanto con quelle all’acqua di rose di Orazio, quanto con quelle micidiali di Giovenale. Che non risparmiava nessuno: i rozzi, gli sciocchi, il sottoproletariato dei circenses, il popolino, le insulae maleodoranti che finivano per cadere o bruciare, i lenoni, le prostitute, gli omosessuali, i nobili, i liberti arricchiti, i potenti. Tutto un mondo di depravazione che ritrovai, in parte, anche nel “Satyricon” di Petronio letto qualche tempo dopo con quella colossale, grottesca figura di Trimalcione rimasta intatta nei secoli. E poi Marziale ed i suoi “Epigrammi” con i quali aveva messo alla berlina tutti i difetti ed i tic della società di quel tempo. Dunque ripresi queste letture con l’intento di svagarmi ridendo degli altri. Solo che il mio inconscio era talmente messo male che riuscì a mettermi dalla parte degli sbeffeggiati e non da quella di chi prende in giro e sbeffeggia. Il risultato sorprendente fu che io stesso mi sentii preso per i fondelli e ciò non fece che accrescere la mia depressione.
.Pensai allora di fare il mio solito giretto artistico per la città. Ecco un altro particolare della mia personalità, una abitudine che ho sempre conservato in certi momenti della mia vita di commissario, nei momenti più difficili e decisivi. Come questi che vi sto raccontando. Allora me ne andavo a vedere o rivedere i tesori artistici di Siena. Sì, proprio i tesori artistici, le chiese, le pitture, le sculture e tutto quello che facevano e fanno di Siena una città unica al mondo. Non so cosa c’entrasse l’arte con i casi di cui mi stavo occupando ma era così. Dinanzi a quei capolavori l’animo si placava e forse predisponeva la mente ad analisi e congetture più chiare ed evidenti. Chissà…Qualche tempo prima, di fronte ad un fatto di sangue avvenuto proprio al circolo degli scacchi, me ne ero andato a visitare e ad ammirare, per esempio, le due Maestà di Duccio di Buoninsegna e di Simone Martini, un grandioso ritrovamento di un affresco nella cripta del Duomo , il pavimento restaurato dello stesso Duomo e la libreria Piccolomini. In seguito, durante il famoso episodio dell’omicidio del campione del mondo di scacchi all’hotel Majestic di Siena, rimasi una serata intera a rimirare gli affreschi del Palazzo Pubblico e …insomma altre belle cose come una mostra di Hugo Pratt su Corto Maltese lasciando di stucco i miei colleghi e, soprattutto, il procuratore Silvestri che non si capacitava che cavolo c’entrasse l’arte con il delitto. Io gli rispondevo che anche il delitto poteva essere considerata un’arte, gli rimbrodolavo delle scuse che finivano per farlo imbestialire ancora di più. Durante questi casi, che vi sto raccontando e che mi hanno rovinato la vita e la salute, mi sono costruito un vero e proprio itinerario artistico seguendo le indicazioni di una ottima guida. Solo che i grandi capolavori nascosti ora in una chiesa, ora in una abbazia, ora svelati al grande pubblico nella Pinacoteca invece di calmarmi e addolcirmi mi procuravano l’effetto opposto. I personaggi dei quadri, le madonne rilucenti, gli angeli, i santi, i diavoli sembravano che mi guardassero con un ghigno beffardo di presa in giro o di aperta condanna per la mia palese incapacità. Smisi di andare per arte e rimasi chiuso in casa.
Cercai conforto nella televisione. Mi misi ad aggeggiare con il telecomando da un canale all’altro come fanno i bambini, per scaricare un po’ della tensione che mi stava opprimendo e per vedere programmi e volti nuovi, dato che era già un bel po’ di tempo che l’avevo trascurata. Il fatto era che ,zippando come un matto, mi ritrovavo immancabilmente davanti la solita faccia agguerrita del Berlusca che ce l’aveva con la sinistra, con i comunisti e tutti quelli che non gli davano retta. Oppure passavo di botto dalle braccia lacrimose della De Filippi alle grinfie di Biscardi dove era tutto un mandare accidenti e insulti agli arbitri e alla Federazione gioco-calcio. E a proposito degli insulti te li ritrovavi dappertutto, sia negli incontri dei politici che nei vari reality e perfino nei pacchi di Pupo che erano essi stessi un insulto alla decenza. Se invece mi spostavo su Canale 3 Toscana allora mi imbattevo regolarmente nel Masoni, vero e proprio insulto all’uso del congiuntivo.
Lasciai in pace la televisione e mi buttai sui giornali ritrovandomi circondato da calamità naturali, siccità, incendi, maremoti, inquinamenti, alluvioni, valanghe, smottamenti, epidemie, il colera, l’Aids, l’aviaria e così via. Se la natura si dava una calmata c’era l’uomo a mettere le cose a posto mediante rapine, rapimenti, omicidi, stupri, guerre, bombardamenti, attentati, tradimenti, falsi in bilancio, leggi ad personam. Decisi allora di trascurare la cronaca di qualsiasi genere dove avrei trovato immancabilmente di che dolermi e di soffermarmi solo sulle pagine della cultura, che qui non sarei certo incappato in episodi di scorrettezza e cattiveria. Fui attratto subito da un articolo dello scrittore Alessandro Baricco che se la prendeva con i critici letterari Citati e Ferroni perché nel corpo dei loro interventi lo avevano punzecchiato con supponenza per il suo rifacimento nazional-popolare de L’ “Iliade”, senza farne una critica seria e approfondita, senza averlo letto, insomma. Ferroni rispose a bomba che, semmai, era Baricco stesso a non avere letto gli interventi di lui medesimo sulla sua “Iliade” pubblicati in altre occasioni. Che stesse un momentino più attento, il pivello. Nella polemica si inserì Edmondo Berselli chiarendo che al giorno d’oggi (cioè di allora) non c’erano più santoni letterari capaci di far vendere o meno con le loro critiche. E allora perché mai a quel bischero di Baricco interessava un loro intervento? A favore di Baricco si schierò il giallista Carlo Lucarelli che in quel contesto non c’entrava niente ma anche lui era stufo di essere sfruculiato dai soliti mandarini letterari. Che se ne andassero a farsi fottere. A ciò si aggiunse la lamentela di Pietrangolo Buttafuoco, altro scrittore, però meno noto, nei confronti di Carla Benedetti la quale, intervenuta per disprezzare il metodo di Citati di buttar giù righe allusive sui lavori altrui senza averli letti, era lei stessa a praticare il suo metodo infangando con una riga e mezzo il suo lavoro. Infine Stefano Bartezzaghi si chiedeva il perché di tutto questo casino, quando la sintassi di molti degli interventi non si distingueva da quella dei leader elettorali, dai telecronisti da stadio e dai ragazzi nel confessionale del Grande Fratello.
Decisi smetterla anche con i giornali e di fare come le tre scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano.
7) A pesca!
In quel periodo di merda ero talmente ridotto male che Manganelli cercò in tutti i modi di darmi una mano.
“Commissario, non può andare avanti così. E’ proprio a terra. Qui ci vuole aria aperta, movimento, bisogna avere interesse per qualcosa. Non può rinchiudersi in se stesso. Via, non la posso vedere in questo stato!”.
“Non mi guardare”.
“E invece la guardo e più la guardo e più mi fa pena”.
“Ecco, le tue parole sono come un balsamo sulle mie ferite”.
“Come che?”.
“Dico che mi stai tirando parecchio su di morale”.
“No…volevo dire…insomma deve venire con me”.
“Questa è la cura giusta. Non ci avevo pensato”.
“Anche in fase di crisi la battuta non manca. Buon segno. Insomma domani, essendo domenica, ce ne andremo a pescare insieme”.
“Che ne dice?”.
“Che ne dico? Mi pare una bella str…”.
“Vede che avevo ragione? Una bella strigliata al fisico, una bella girata di buona mattina, una buona colazione all’aria aperta, una bella pescata, perché lei lo sa che sono un provetto pescatore. Si ricorda quando venne a casa mia per quell’incontro…”.
“Quale incontro?”.
“Ah, ma allora è messo male davvero. Eva e Maria, commissario!”. Manganelli si riferiva al fatto di quando mi aveva invitato a casa sua in compagnia di due ragazze, molto carine e molto allegre, soprattutto molto allegre. Ed io avevo fatto vedere ad una di esse, non ricordo se ad Eva o a Maria, ma mi pare proprio a Maria, come il postino suonasse due volte. Il ricordo di quell’incontro mi strappò un lieve sorriso.
“Vede che se lo ricorda? Eh, vecchio drago…”.
“Manganelli, non ti permetto…”.
“Mi scusi, commissario, mi sono lasciato prendere dall’entusiasmo nel vederla rifiorire a nuova vita. Dunque in quell’occasione ebbe modo di osservare anche alcune mie fotografie di eccelso pescatore”.
“Ho visto che tenevi in mano un pesce, non so se pescato o comprato…”.
“Pescato, commissario, pescato con le mie mani, anzi con la mia lenza. Domani di buona mattina andremo a pescare. Una pesca facile facile con i bachini. Non prenderemo pesci grossi ma almeno ci divertiremo a tirarne su parecchi. Verrò io a prenderla”.
Il concetto di buona mattina di Manganelli si rivelò essere del tutto particolare, o meglio molto ma molto personale. Mi aspettavo il suo arrivo, che ne so, verso le sette o le otto e invece il campanello incominciò a trillare, anzi a strillare, che erano appena le cinque.
“Chi dorme non prende i pesci, commissario!”. La mia risposta dovette colpirlo perché sbiancò di colpo e non aprì bocca fino alla partenza con la macchina verso un torrente di cui non ricordo il nome.
“Questa è la nostra giornata, commissario. Avanti Savoia!”. E fu così che andammo avanti per parecchio tempo attraverso strade e stradine di campagna piene di buche e di cunette fino ad arrivare al punto stabilito in cui dovevamo lasciare la macchina e proseguire a piedi. Scesi dalla macchina con lo stomaco in subbuglio e una pressante voglia di vomitare.
“Accidenti come è bianco, commissario. Non mi dirà che le ha fatto male la macchina”.
“Non credo. Il viaggio è stato liscio come l’olio” farfugliai con un certo affanno.
“Bene, ora prendiamo tutto l’occorrente e ci avviamo verso un posticino che conosco solo io. Arriveremo in quattro e quattr’otto e vedrà che non ci sarà nessuno a romperci le tasche”. Il concetto di quattro e quattr’otto si rivelò simile al concetto di buona mattina. Credo che una qualsiasi persona normale intenda quattro e quattr’otto all’incirca cinque minuti o dieci. Al massimo un quarto d’ora tanto per scialare. Non di più altrimenti si usa un’ altra espressione, tipo “Ci metteremo un po’ ma ne vale la pena”, oppure “C’è da fare parecchia strada”, o ancora “Ci faremo una lunga passeggiata”. Anche per dare un’idea a chi ti segue di quello che lo aspetta. Ebbene il quattro e quattr’otto di Manganelli coincise in maniera spiccicata con un’ora di duro cammino tra viottoli, sterpaglie, macchioni, arbusti spinosi e buche improvvise a dimostrazione che quel posto lo conosceva veramente solo lui. Nemmeno i cani ci sarebbero arrivati.
“Che ne dice, commissario?”. Non risposi ma ripresi fiato e incominciai a pulirmi il sangue che colava da una guancia per colpa di certi pruni maledetti.
“Bene, ci sistemiamo qui. Tanto per cominciare ci mangiamo un bel panino al formaggio e al prosciutto innaffiato con un buon vinello”. In altre occasioni mi ci sarei buttato a capofitto ma in quel momento di tutto avrei fatto piuttosto che mangiare. Risposi scuotendo malinconicamente la testa.
“Davvero non ne vuole, commissario? Mi dispiace che si senta male ma vedrà che si riprende in un battibaleno. D’altra parte dovrà essere in forma se vuole almeno tentare di non soccombere contro un pescatore provetto come il sottoscritto”. Me ne andai di corsa a vomitare dietro un cespuglio lì vicino. Come prevedevo il battibaleno del mio vice comprese quasi tutto l’arco della mattinata punteggiato da conati di vomiti che non producevano nessun effetto concreto dato che lo stomaco era assolutamente vuoto. Comunque sia cominciammo a pescare. Volevo fargliela vedere al Manganelli di che pasta fossi fatto come pescatore. Anche se in condizioni fisiche e morali disastrose era mio dovere batterlo per togliergli dalla faccia quell’aria di sufficienza con la quale mi aveva sfidato. Dopotutto da ragazzo c’era stato un periodo in cui mi ero dedicato alla pesca nel torrente Staggia. Mi alzavo presto la mattina, cercavo un luogo appartato, anche se non tanto appartato come quello scelto da Manganelli, buttavo nell’acqua il pasto che avevo preparato per i pesci che poteva consistere in chicchi di uva o di granturco, ci ritornavo per tre giorni di fila e poi incominciavo a pescare. In questo modo i pesci si erano abituati al servizio culinario ed abboccavano come pesci, appunto. Mi feci forza, presi la canna con la lenza, infilai con un po’ di sforzo il bachino bianco nell’amo e mi apprestai a lanciare la lenza nell’acqua in un posto abbastanza lontano dove mi era parso di vedere luccicare qualcosa. Il lancio si sarebbe rivelato di una perfezione millimetrica se non fosse stato interrotto nella sua azione da un ramo di un albero che ciondolava stupidamente sulla sponda del torrente. Le mie urla disperate attirarono Manganelli che si era appostato più avanti.
“Che succede, commissario?”.
“Che succede, che succede…lo vedrebbe anche un cieco. Questa maledetta fronda si è abbassata all’improvviso…”.
“Ma se non tira un alito di vento?”.
“Ma come non tira? Ma se ti dico che si è abbassata si è abbassata. Non ti ci mettere anche te por…”.
“Non mi ci metto. Tutto è rimediabile nella vita ad eccezione della morte”. La nuda e cruda verità del proverbio mi bloccò per un istante.
“Ecco qui. Ora taglio la lenza, ne rifaccio un’altra e tutto ritorna come prima”. E tutto ritornò come prima ad eccezione del mio sistema nervoso che si era vieppiù intorcinato. Incominciai a pescare, o meglio a lanciare nell’acqua con più circospezione l’amo con il bachino bianco che scodinzolava disperato senza tirar su nemmeno l’ombra di un pesce, tanto che mi venne il dubbio che lo scodinzolamento del suddetto bachino fosse solo di soddisfazione. Mentre dall’altra parte“Eccone un altro, commissario! Lo dicevo che si sarebbe divertito!”. Ad un certo punto notai che il mio sughero veniva portato di qua e di là.
“Appena ti butti sotto ti sistemo io” ringhiai sottovoce. E appena fu portato sotto tirai con tutte le forze che avevo. Le forze che avevo erano poche ma bastarono a spedire il tutto sulla solita maledetta e stupida fronda d’albero che si era abbassata di colpo come riferii a voce piuttosto alterata a Manganelli. Il quale Manganelli risolse il problema con la solita calma e con il solito proverbio sulla morte che questa volta mi procurò un leggero brivido lungo la schiena. Decisi di cambiare il posto. Io sarei andato in quello di Manganelli e lui sarebbe venuto nel mio. Ero talmente furioso che non stetti nemmeno ad ascoltare ciò che diceva il mio vice con un’aria piuttosto preoccupata. Venni comunque a saperlo poco dopo quando, durante il trasloco, inciampai in un piccolo masso sporgente e mi ritrovai insieme alla canna da pesca dentro l’acqua. Le mie grida dovettero atterrire tutti i pesci dei dintorni perché da allora fino alla fine della pesca anche Manganelli non riuscì a tirar su nemmeno una scarpa, mentre io cercavo di asciugarmi ai raggi del sole che filtravano a malapena in quel posto da lupi. Ad un certo punto, passatomi i conati di vomito, mi venne voglia di mettere qualcosa sotto i denti. Ne feci edotto il mio braccio destro“Manganelli, mi è venuta voglia di azzannare il panino che hai preparato per me”. Evidentemente Manganelli stava perdendo in acustica perché non rispose e mi ci vollero tre o quattro chiamate per farmi rispondere.
“Allora, hai capito?”.
“Ho capito che lei vorrebbe…”.
“Non che io vorrei, Manganelli, ma che voglio. Voglio, presente indicativo, prima persona singolare”.
“Io, mi scusi, ma insisto nel vorrei, sono d’accordo sulla prima persona ma non sul modo. Adoprerei il condizionale. Insomma, commissario, lei mi deve scusare ma pensavo…”.
“E che cosa hai pensato di grazia?”.
“Quando non poteva mangiare ho pensato che sarebbe stato brutto lasciare andare a male un tale panino e così, per non sciuparlo…”.
“Non mi dire che te lo sei mangiato!”.
“Non lo dico, commissario, ma l’ho fatto”.
Quella mattina non mangiai, non presi un pesce, cascai nell’acqua e vomitai. Ma a tutto c’è rimedio eccetto che alla morte.
8) Il sergente dai capelli rossi
Dopo i tre casi disgraziati ne arrivarono altri cinque, ma i miei successori non ebbero miglior fortuna. Vi sembrerà strano ma è così. Nonostante i mezzi messi loro a disposizione fecero fiasco completo. Da una parte mi dispiaceva per la mia città, dall’altra ne ero quasi contento. Anzi, siccome ho detto di dire tutto senza mezzi termini, ero contento senza il quasi. Fui richiamato a furor di popolo all’ottavo delitto. In effetti l’opinione pubblica mi era stata sempre vicina, ed anche la stampa, ad essere sincero. Questo fatto provocò come una frustata di adrenalina che mi permise di portare a termine il mio compito. Non ve ne parlo ora perché ho una rabbia dentro che mi fa scoppiare le budella. Durante l’ultimo caso arrivò anche un sergente in gonnella (si fa per dire perché portava sempre i calzoni) dai capelli rossi. Una specie di Milva in miniatura dalla bocca meno pomposa, con lo sguardo furbetto e lo scilinguagnolo sciolto. Portamento eretto con movimenti rapidi che mettevano in subbuglio le rotondità sporgenti. Mani di normale lunghezza sempre in fermento, pelle bianco-farina che faceva risaltare ancora di più la massa capillare rosso-rame. Una scossa, una scarica di vitalità dirompente. Trentacinque anni ben portati, laureata in psicologia. Secondo il procuratore Silvestri, che si dolse di avermi tolto l’inchiesta per un certo periodo ma gli ordini superiori non si discutono, doveva darmi solo un supporto psicologico alle indagini. Un intuito femminile coniugato con una ferrea preparazione psicologica mi sarebbe stato di un certo aiuto. Non che ne avessi bisogno e non si fidasse delle mie capacità, ci mancherebbe. Anzi si fidava proprio della mia intelligenza per capire che non la dovevo prendere come una offesa. Tanto più che la signorina in questione, perché di signorina si trattava e non di donna maritata, non era proprio bella bella bella ma carina sì, con tutte le sue cosine al punto giusto, un tipo, insomma, da come aveva potuto rendersi conto di persona, e il commissario, se la memoria non gli faceva cilecca, era ancora “signorino”. E il commissario, cioè il sottoscritto, avrebbe potuto unire l’utile al dilettevole…Due piccioni con una fava.. Ringraziai di cuore il procuratore Silvestri, sia per i piccioni che per la fava, e mi apprestai, obtorto collo, a ricevere il prezioso aiuto del sergente elettrico. All’inizio non la presi bene. Durante la mia carriera non avevo mai avuto bisogno dell’aiuto di nessuno, se non delle battute di Manganelli e me l’ero sempre cavata egregiamente. E ora arrivava questa…questa sgrillante piedipiatti a volermi insegnare il mio mestiere. Per di più rossa, quando le ragazze rosse non mi erano mai piaciute nemmeno da ragazzo. Nel paese in cui ero nato si diceva che le rosse erano delle teste calde (vedi il colore), un po’ matte, poco fidate e che portavano perfino sfiga tanto che qualcuno, se aveva la ventura di incrociarle, andava subito a toccarsi nelle parti basse. E così mi era rimasto questo imprinting. Ma dopo un po’ che la frequentavo per i noti motivi professionali incominciò a nascere tra noi una certa amicizia, una certa confidenza che mi portò a cambiare opinione, se non sulle rosse in generale, almeno su di lei. Intanto si chiamava Sally Britti, un nome strano adatto proprio a una rossa. Era italiana pura, toscana come il sottoscritto, nata a Castelfiorentino ma il babbo, anche lui di capelli rossi, era un fissato del cinema americano e gli aveva voluto appioppare un nome di un personaggio di un film che l’aveva completamente ammaliato. La mamma si era opposta, ma lei aveva i capelli castani e si era dovuta arrendere. Così fu chiamata Sally, o più precisamente Sally la Rossa dalle amiche e dagli amici di quartiere. Questa Sally la Rossa aveva avuto una vita abbastanza movimentata in tutti i sensi a partire dai tempi della scuola, sia perché non stava ferma un attimo, sia perché non le andava bene nulla e non faceva altro che protestare. Era intelligente, curiosa di tutto e di tutti, preparata, dotata di una esposizione chiara e scorrevole, come ammettevano i suoi insegnanti, ma…ma…Ma era terribilmente cocciuta e non si adattava al tran tran della vita scolastica. Risultato: voti accettabili non aderenti alle sue capacità. Crescendo si era fatta più furba e aveva in qualche modo attutito gli spigoli del suo carattere soprattutto nei momenti cruciali, come quelli degli esami, per esempio. E così era andata avanti negli studi laureandosi in psicologia, una materia che l’aveva sempre interessata, per capire meglio gli altri e anche se stessa. Che non era una cosa semplice. Aveva partecipato ad un concorso per entrare nella polizia, perché era terribilmente attratta dai fatti di cronaca nera, dagli enigmi, dal mistero. Le piaceva scuriosare, ricercare, indagare, ficcare il naso dappertutto. Ed era riuscita nell’impresa di vincere il concorso con la sua volontà, la sua bravura e la sua cocciutaggine. Di giovanotti gliene erano girati intorno parecchi ma pochi venivano scelti e nessuno aveva resistito alla sua personalità imprevedibile e dirompente per più di due settimane. Per cui era rimasta single e non se ne dava troppa pena. Le bastava il suo lavoro ed i suoi numerosi interessi. La ragazza, infatti, non si interessava solo di psicologia ma anche di cinema, di letteratura, di romanzi polizieschi e perfino di scacchi. Sì, proprio di scacchi. Ne fui edotto la prima sera che accettò l’invito di venire a casa mia per fare il punto sulle indagini di quei bastardi di casi che mi stavano rovinando la vita. Solo per questo motivo e non per altro. Ero talmente preso dall’ultimo caso che non mi avrebbe tirato su dal punto di vista ormonale nemmeno una rediviva Marilin Monroe. Le discussioni non mancarono. Era puntigliosa e difendeva il suo punto di vista a spada tratta. Sempre con il dovuto rispetto ma solo quel tanto, o meglio quel minimo per non apparire scortese. Non avendo cavato un ragno dal buco per quanto riguardava il misterioso serial-killer che imperversava nella mia città, tirai fuori la scacchiera con i relativi pezzi e mi misi ad osservarli, come a cercare di scoprire il loro terribile segreto.
“Anche lei appassionato del gioco degli scacchi?” mi chiese ad un certo punto della mia muta riflessione con gli occhietti spiritati.
“Perché…non mi dica che anche lei conosce o si interessa a questo gioco!”
“Beh, non dico di essere una campionessa ma me la cavo”.
“E da quanto tempo si dedica a Re e Regine?”.
“Da poco, prima di essere mandata qui come…come…”.
“Come?”.
“Come supporto psicologico…”
“Guardi che io non ho bisogno di un bel supporto di nulla” risposi lievemente alterato se un qualsiasi tipo di alterazione è possibile in uno stato di completo torpore psicofisico.
“Allora diciamo che sono stata mandata da lei solo per farle compagnia”.
“Questa è già meglio anche se…”.
“Lasciamo da parte il motivo per cui mi hanno spedito al suo commissariato. Saputo che qui gira un maniaco che, dopo avere ucciso, mette nelle mani delle sue vittime pezzi di scacchi, ho voluto saperne di più su questo gioco. Pensavo che mi poteva essere di aiuto per le indagini”.
“Da un punto di vista professionale le fa onore. E così è da poco tempo che…” ritornai alla carica perché mi era venuto in mente di sfidarla, per vedere la sua reazione di fronte ad una debacle scacchistica segnata dal destino. Erano anni e anni che mi dedicavo agli scacchi. Sarebbe stata una passeggiata. Sally la Rossa avrebbe trovato pane per i suoi denti. Una vittoria completa e sicura su un tipetto come quello, che mi aveva tenuto testa poco prima, mi avrebbe tirato su di morale.
“Eh, sì, da poco tempo”.
“Facciamo una partitina, così tanto per rilassarci?” proposi con l’aria più innocua di questo mondo.
“Come vuole, commissario. Io sono pronta” rispose senza tentennamenti. Iniziai la partita con un ghigno di maligna superiorità che andava dagli angoli della bocca fino ai lobi degli orecchi. Tra l’altro avevo il Bianco e potevo impiantare il sistema di gioco che più mi era naturale. Entrai in una Tromposky che conoscevo a menadito, dato che me l’aveva insegnata il professor Bafio Tolti, un vecchio amico, vero esperto in proposito. Purtroppo anche lui se ne era andato da questo mondo e forse stava giocando con qualche angelo in paradiso o diavolo dell’inferno. In Purgatorio non ce lo vedevo. Pace all’anima sua. Entrai dunque nella Tromposky con la felicità di un bimbo che apre la porta di una pasticceria. Come previsto cambiai il mio Alfiere camposcuro con il suo Cavallo piazzato in f6 e mi apprestai a giocare macchinalmente almeno una quindicina di mosse che sapevo a memoria. Tutto facile, tutto liscio come l’olio anche perché Sally, da perfetta ingenua, non seguiva per nulla le sacre mosse previste dalla teoria, ma muoveva evidentemente i pedoni e i pezzi a casaccio senza un filo logico, come succede spesso ai neofiti. Mi sentii quasi in colpa per una vittoria troppo facile e così schiacciante. Senso di colpa che se ne andò presto a farsi friggere, perché le venne in soccorso una fortuna, ma una fortuna così sfacciata da ribaltare l’esito scontato della partita.
“Se devo essere sincero ho giocato con un po’ di sufficienza” dissi soffiandomi deliberatamente il naso senza che ce ne fosse bisogno per nascondere un lieve rossore.
“Me lo aspettavo. Da un cavaliere come lei…” rispose sbattendo più volte le palpebre di quei due occhietti neri che pungevano come spilli. Nella seconda partita ebbi il Nero e riuscii a impiantare, senza che Sally se ne rendesse conto, naturalmente, un Dragone della Siciliana sul quale ero ferratissimo. Tra l’altro, sempre il mio vecchio amico Bafio Tolti, pace all’anima sua, mi aveva regalato un libro da lui scritto proprio su questo antico mostro e non vedevo l’ora di mettere in pratica i suoi insegnamenti. Sapevo tutto sul sacrificio di qualità nella casa c3 ed in altre case della scacchiera, sul sacrificio del Cavallo o dell’Alfiere nella casa g4, sul sacrificio del Cavallo in e4 e b2 e su altri strabilianti sacrifici del Nero in questa altrettanto strabiliante apertura. Tra l’altro era completamente sparito quel senso di colpa di qualche minuto prima, per cui me ne stavo curvo sulla scacchiera come un falco pronto a ghermire la preda. Andando avanti nel gioco mi venne in mente che anche il Bianco aveva le sue belle frecce da scoccare, i suoi bei sacrifici di pezzi. Mi ricordai di un pedone che si immolava in e5, di un Cavallo che si offriva in olocausto in f5, di una Torre che si schiantava su un Cavallo in h5, di un’altra Torre che si avventava in h7 ecc…Bene, bene avevo tutto sotto controllo. Solo che in quella partita non successe nulla di tutto questo. Non un sacrificio neppure piccolo piccolo, ma un tric e trac di una noia mortale che finì per portarmi in una situazione desolatamente persa con un pedone bianco che se andava beato in ottava traversa, per trasformarsi nella più fulgida delle Regine. Senza che nessuno dei miei pezzi potesse raggiungerlo.
“Uggiosa questa partita” dissi con un filo di voce.
“Non le do torto, ma non tutte le partite possono essere alla Kasparov” replicò secca.
“Ah, perché lei conosce…”.
“Chi non conosce le partite del campione del mondo?”.
“Certo. Chi non le conosce…Però, pensavo, che con il poco tempo a disposizione…”
“Il tempo è stato quello necessario” sentenziò scotendo la massa rossa che mandò bagliori di fuoco.
Dopo queste risposte, a dir la verità anche un po’ strafottenti, decisi di farla finita. La guardai fissa negli occhi, aggrottai le sopracciglia, aggiustai il posteriore sulla sedia e con il Bianco misi in atto la mia arma letale: un Gambetto di Re con il quale una volta avevo strapazzato anche un forte giocatore del circolo. Un Gambetto di Re è un’arma terribile nelle mani di un esperto, tanto più che mi ero preparato su un articolo scritto, sempre da Bafio Tolti, pace all’anima sua, su una rivista di indiscutibile prestigio. Al momento giusto avrei sacrificato il mio Alfiere campochiaro in f7 con un attacco devastante che avrebbe portato ad un sicuro abbandono del Nero. Così era scritto in quell’articolo. E così accadde. Solo per quanto riguarda la prima parte, però. Ci fu, è vero, il sacrificio dell’Alfiere in f7 ma senza essere seguito di lì a qualche mossa dall’abbandono del sergente che mi stava di fronte. Anzi, quella impertinente di una poliziotta in pantaloni continuò ancora per diverse mosse fino a rifilarmi un devastante matto affogato di Regina e Cavallo.
Non la faccio lunga. Negli altri incontri che proseguirono fino a tarda notte impiantai invano una variante di cambio della Spagnola o una difesa Tarrasch o…vattelapesca . Ad un certo punto decisi di non seguire più i consigli di quel mio vecchio trombone di un Bafio Tolti, che il diavolo se lo porti, lampante causa dei miei insuccessi, ma di giocare seguendo il mio naturale istinto scacchistico. Quello, di sicuro, non mi avrebbe tradito. Il fatto è che Sally la rossa non si accorse minimamente di questo profondo cambiamento di strategia e continuò a giocare nello stesso modo di prima, rifilandomi una sventola dopo l’altra, tanto che ad un certo punto, vedendomi sbiancare in faccia come un cencio lavato, mise in atto uno dei suoi artifici psicologici, per togliermi dall’impaccio. Dato che stavamo giocando nello studio “Che magnifica biblioteca, commissario!” esclamò alzandosi di scatto e incominciando a scuriosare tra i libri.
“Posso dare uno sguardo, così ci prendiamo un po’ di riposo da questo gioco che all’apparenza non pare, ma è molto stancante”.
“E’ vero” risposi, ringraziandola in cuor mio per quell’atto di infinita bontà.
“Non credevo che un commissario di polizia avesse una biblioteca così fornita!”. Accennai ad un timido sorriso di ringraziamento.
9) Cellule grigie al lavoro
Una sera decisi di riunire nello studio di casa mia, dopo avere cenato, Manganelli e Sally per vedere di tirare fuori qualcosa da quei fottutissimi omicidi. Da questo incontro potete capire anche quello che era successo dopo il terzo.
“Dunque, sentite un po’. O stasera ci capiamo qualcosa, o questa volta decido io di dare le dimissioni, o me ne vado direttamente al manicomio”.
E’ fortunato, commissario” rispose Manganelli con gli occhi che gli luccicavano per il Brunello di Montalcino.
“E perché?”.
“Perché i manicomi non esistono più”.
“Lo so, ma il mio era solo un modo di dire. Non ti ci mettere anche te perché…”.
“Okey. Zitto e mosca”.
“Bravo, così mi piaci”.
“Dunque, dicevo…sì, tu Manganelli fai un bel resoconto degli eventi tenendo presente le relazioni di Serbelloni e Rinesi…”.
“La parte più semplice…”.
“La parte più semplice e interessante. Mentre tu, Sally, cercherai di fornire una maledetta pezza psicologica a tutto quanto.”
“Offrirò la mia piccola pezza”.
“Mi scusi, commissario, ma il suo apporto in che cosa consiste, se mi è lecito…”
“Il mio apporto sarà decisivo come al solito. Tu fai quello che ti ho detto che io…che io…lo vedrai”.
“Bene, inizio dai morti”.
“Vedi un po’ tu. Se iniziare dai vivi ti è più facile…”
“Inizio dai morti. Dunque sono nell’ordine:
1) Amelia Esposito di 22 anni, abitante in via Petrucci 4, trovata strangolata di lunedì, sembra con difficoltà, all’aeroporto di Ampugnano. Addormentata con la Rutella-cannabis. Ora della morte tra le dieci e le undici. Teneva un pedone degli scacchi stretto nella mano sinistra. Un pedone bianco ad essere precisi. Ragazza seria, studiosa, stava per finire l’Università. Aveva un fidanzato con l’alibi di ferro. A quanto pare nessun nemico o nemica.
2) Luigi Ermini di 70 anni , abitante in via Sant’Angelo 5, pensionato, ucciso dalla Infida-mastellaria sotto forma di caramella, di venerdì, nei giardini dell’Acqua calda. Ora della morte tra le diciassette e le diciotto. Un pedone nero nella mano destra. Brava persona.
3) Ferdinando Falugi, di 60 anni, abitante in via dei Pellai 3, pensionato, ucciso dalla Larussitia horribilis, sempre in forma di caramella, di domenica, tra le diciotto e le diciannove, trovato al cinema Smeraldo. Un Cavallo bianco nella mano sinistra. Ancora brava persona.
4)Silvana Cauccioli di 75 anni, abitante in via Reatina 6, pensionata, uccisa dalla Calderola-Trivialis con caramella, di giovedì, tra le nove e le dieci presso i giardini del vecchio manicomio. Un Cavallo nero nella mano destra. Niente da dire su di lei.
5) Cosimo Biondi di 18 anni, abitante in Piazza del Sale 5, studente, ucciso dalla Rubella-bertinialis con sigaretta, di sabato, tra le ventuno e le ventidue nella discoteca “Il Paguro”. Un Alfiere bianco nella mano sinistra. Un po’ esuberante ma niente di più.
6) Carlo Aldobrandi di 80 anni, abitante in via Sant’Orsola 6, pensionato, ucciso dalla Berlusca-insatiabilis con caramella, di lunedì, tra le quindici e le sedici presso lo stadio di calcio. Un pedone nero nella mano destra. Tifoso del Siena senza nemici.
7) Roberto Corsi, di 67 anni, abitante in via Romana 6, pensionato, ucciso dalla Virida-pecoraria con caramella, di mercoledì, tra le diciannove e le venti presso le scale della sua abitazione. Un Alfiere bianco ed un Cavallo nero nella mano sinistra. Persona dedita al lavoro e alla famiglia.
8) Marino Donati di 72 anni, abitante in via Pratesi 6, pensionato, ucciso dalla Mortadella perniciosa con sigaretta, di venerdì, tra le diciotto e le diciannove in Piazza del Campo. Un Alfiere bianco ed un pedone nero nella mano destra. Stimato da tutti.
“Bravo. Lo vedi che se ti impegni riesci bene?”.
“La ringrazio. A voi la parola”.
“Gentile da parte tua, ma ancora non hai finito”.
“Come?…”.
“Le piante velenose…”.
“Ah, già, le piante velenose. Dunque ecco qui la lista fornitaci dai nostri esperti:
1) Rutella-cannabis agisce sul sistema nervoso centrale, in poche parole fa addormentare. Se presa a dosi massicce può portare alla morte.
2) Infida-mastellaria può colpire indifferentemente la parte destra o sinistra del cuore fermando la
sua attività.
3) Larussitia horribilis colpisce il nervo ottico provocando un collasso nervoso.
4) Calderola-trivialis colpisce lo stomaco e l’intestino, fa vomitare e provoca una letale diarrea.
5) Rubella-bertinialis colpisce i linfociti del sangue che da bianchi diventano rossi e non svolgono più la loro attività di difesa.
6) Berlusca-insatiabilis colpisce qualsiasi organo partendo dalla voce che viene a mancare.
7) Virida-pecoraria colpisce le vie biliari e aumenta in modo eccessivo la produzione della bile che pervade tutto il corpo facendolo diventare verde.
8) Mortadella-perniciosa colpisce l’esofago che restringe le sue pareti e fa morire soffocati.
La loro azione è repentina. E questo è tutto.”
“Una bella pappardella. Cerchiamo di tirare fuori qualcosa di logico da questo Caos primordiale. Incomincia tu per primo, Manganelli”.
“Sempre a me?”.
“Sempre a te”.
“Va bene se questo è il prezzo da pagare per essere inferiore di grado”.
“E’ un prezzo stracciato”.
“Intanto mi pare che non ci sia nessun filo logico che lega questi benedetti omicidi. Nel senso che i morti non hanno alcun rapporto tra loro e non hanno nemmeno nemici. Sono tutte persone perbene e rispettabili”.
“Così sembra”.
“Un filo logico, però, ce l’hanno queste piante velenose nel senso che si ritrovano in tutti gli omicidi. L’assassino, maschio o femmina che sia, deve essere un vero esperto. Non escludo che lavori in campo farmaceutico o sia addirittura un medico. E’ in grado di fabbricare sigarette e caramelle mortifere come fossero noccioline. Deve avere un laboratorio tutto suo”.
“Ottima e abbondante”.
“Che cosa?”.
“La deduzione”.
“La ringrazio”.
“Ma le pare.”
“Queste piante velenose, poi, a stare ai nostri esperti, sono nate da poco nel nostro paese, pare quasi per un capriccio di madre natura. Le si possono coltivare praticamente nei nostri orti”.
“Questa degli orti me la segno”.
“Ma non è una battuta”.
“Appunto, mi sembra proprio una buona idea. Una girata tra gli orti di Siena non sarebbe tempo perso”.
“Un altro filo che lega le vittime sono gli scacchi. Alcuni li hanno nella mano destra, altri nella mano sinistra. E qui mi fermo perché con gli scacchi non ci ho mai capito niente. Figuriamo se li metto insieme a dei cadaveri”.
“Peccato, andavi così bene. A dir la verità anche io mi areno di fronte agli scacchi. E’ chiaro che si tratta di un segnale. Ma quale? Andiamo avanti. Intanto fra queste vittime molte sono persone anziane. Perché?”.
“L’assassino è uno assoldato dall’INPS per pagare meno pensioni”.
“Non c’è male. Io direi che i vecchi sono in generale, fatte le dovute eccezioni, più deboli e più facilmente addomesticabili…”.
“Commissario, non sono mica degli animali!”.
“Volevo solo dire che si possono più facilmente convincere, che so, a succhiare una caramella o a fumare una sigaretta”.
“Ah, ho capito, una specie di circonvoluzione…”.
“…della tangenziale. Di circonvenzione, Manganelli! Insomma gli anziani sono in genere più creduloni…”.
“Però ci sono anche due giovani tra le salme”.
“E’ vero. Un caso troppo complicato. Anche i giorni e gli orari delle morti non ci dicono nulla. Anzi, a pensarci bene, qualcosa ci dicono”.
“Vedo dai suoi occhi che si è accesa una lampadina”.
“Diciamo un fiammifero. Già il giorno e l’ora dei decessi può essere importante. Praticamente ci sono morti in tutti i giorni e le ore del giorno. Che ne pensa il mio nobile braccio destro?”.
“Mi scusi ma l’idea è venuta a lei, non a me”.
“Sì, ma la conclusione vorrei che sgorgasse limpida dalle tue labbra”.
“A me francamente pare che l’assassino non abbia niente da fare”.
“Ergo?”.
“Ergo che?”.
“Dunque?”.
“Dunque, non avendo nulla da fare, o è un disoccupato o un pensionato”.
“Mai sillogismo fu più perfetto. Ecco il nostro piccolo passo in avanti. Un altro particolare che balza agli occhi è che gli omicidi si susseguono al ritmo di circa quindici giorni ciascuno, come se vi fosse un tempo preciso, quasi stabilito, per commetterli”.
“Già, non ci avevo fatto caso”.
“Forse è il tempo necessario per prepararli. Mah, direi di passare ora la parola alla nostra psicologa. Vediamo quale sarà il suo apporto. A lei la parola, sergente Sally”.
Il quale Sergente Sally se ne era stata zitta fino a quel momento ad ascoltare, tutta presa ed impettita, le elucubrazioni dei due maschietti.
“Intanto qualcosa di buono è stato detto”.
“Bontà sua, collega” rispose Manganelli con gli occhioni dolci.
“Dovere mio. Che sia un esperto di piante velenose è assodato, che abbia tutto il tempo a disposizione che vuole assodato anche questo. Idem per quanto riguarda il possibile laboratorio e la sua preferenza per vecchietti e vecchiette. Il fatto che vi siano anche persone più giovani tra le vittime può darsi sia dovuto alla necessità che non ne può fare a meno…”.
“Vuole dire che il suo obiettivo sono le persone anziane, ma che, per un motivo o l’altro in certi casi non gli è stato possibile attuarlo?”.
“Più o meno. A me pare che l’omicida sia una persona debole che vuole farci credere di essere forte. Lo dimostra il delitto di Ampugnano, la difficoltà nello strangolamento è apparsa evidente. Molto probabilmente si tratta di una persona anziana lucida e determinata. Infatti non ha lasciato segni tangibili della sua presenza nel portare avanti il suo scopo criminale. Una persona affabile, gentile e accattivante…”. Manganelli si scosse dalla esplorazione corporale di Sally e, con un sorrisetto ironico, ” Certo, essere uccisi da una personcina così perbene fa sempre piacere”. Sally gli lanciò un’occhiata commiserevole. “E’ evidente che l’assassino deve avere un certo garbo, un certo fascino, un certo modo accattivante per convincere le vittime a fumare o a gustarsi una caramella. O no?”. Il sorrisetto ironico di Manganelli si trasformò in un sorrisetto deficiente. “Può essere” balbettò. Sally continuò scuotendo per un attimo quella criniera pazzesca. “ Per una ragione o l’altra si serve degli scacchi come un segnale, o meglio come un messaggio da far arrivare ad un’altra persona”.
“Una specie di codice cifrato?”.
“Esatto”.
“Ma verso chi, e perché, e perché ora nella mano destra e ora nella mano sinistra e perché bianchi e neri?”.
“E perché e perché e perché…Ora mi chiede troppo, commissario. Forse inconsciamente vuole aiutarci e quei pedoni e quei pezzi costituiscono degli indizi per arrivare a lui”.
“Cerco di riassumere. Il Nostro è persona anziana, gentile e accattivante, probabilmente in pensione e probabilmente ex medico o ex farmacista, conosce gli scacchi, è debole ma lucido e tenace, preferisce vittime anziane ma se l’occasione non si presenta in quel determinato giorno fa fuori chi gli capita a tiro, si serve degli scacchi per mandare segnali non si sa bene a chi o addirittura per fornirci degli indizi per essere scoperto. Una specie di gioco con la polizia. Non male, ragazzi, penso di avere abbastanza materiale per una bella ponzata. Vi ringrazio della magnifica serata e buonanotte”.
10) La dea bendata
Usciti i colleghi rimasi solo con me stesso. Quella fu la notte più lunga della mia vita. Ormai ero deciso. O trovavo qualcosa di concreto o avrei dato io stesso le dimissioni. Non c’erano alternative, non potevo vivere più in quello stato di ansia continua. Prima di tutto mi feci un bel caffè forte, accesi uno dei miei sigarelli lunghi, mi stravaccai come al solito sulla poltrona preferita gustando il caffè e aspirando profondamente il fumo. Poi chiusi gli occhi riassumendo mentalmente tutti gli avvenimenti e le osservazioni che erano state fatte. Ogni tanto avevo un piccolo sussulto, mi pareva di avere capito qualcosa, mi sembrava di avere scoperto il perverso meccanismo di quei crimini, ma erano solo falsi allarmi. Eppure, eppure spesso il mio pensiero si fermava inconsciamente a quei benedetti pedoni, ai Cavalli e all’Alfiere tenuti fra le mani di quei poveri morti e altrettanto inconsciamente mi appariva il volto di Sally incorniciato da una massa di fuoco. Che ne fossi innamorato? La ragazza era un tipo, aperta, sveglia, attiva, piena di energia…Ecco l’energia. Ne avevo appena per stare in piedi, figuriamoci per innamorarmi. Scartai l’idea dell’innamoramento. Allora perché i pezzi degli scacchi e la sua figura si presentavano insieme? Che nesso logico poteva scattare in quel mio cervellaccio mezzo addormentato? Ad un tratto la luce, come se fossi abbagliato da un faro nella notte. Con Sally avevo giocato diverse partite, tutte perse tra l’altro, maledizione…ma tra le tante ce n’era una che poteva…ma sì… Mi alzai istintivamente, presi la scacchiera, la stesi sul tavolo, vi misi sopra i pezzi e cercai di ricostruire, con il cuore che incominciò a battere più forte, le prime mosse della variante di cambio della Spagnola: 1.e4 e5 2.Cf3 Cc6 3.Ab5 a6 4.Axc6+ dxc6…Mentre muovevo elencavo meccanicamente i pedoni e i pezzi che venivano spostati: un pedone bianco, un pedone nero, un Cavallo bianco, un Cavallo nero, un Alfiere bianco, un pedone nero, un Alfiere bianco che cattura un Cavallo nero, un pedone nero che cattura un Alfiere bianco…Rimasi come fulminato. Le restanti forze residue del mio fisico e del mio cervello riuscirono a compattarsi. I pedoni e i pezzi erano gli stessi di quelli trovati nelle mani di quei poveri disgraziati! Dunque un collegamento c’era. Si trattava di una partita a scacchi! E se di partita a scacchi si trattava due dovevano essere i giocatori e due, non uno, gli assassini! Sentivo di essere vicino alla soluzione ma mancava un dato importante. Come faceva uno dei due giocatori, ammesso che la mia idea fosse giusta, a capire che il primo pedone bianco era proprio quello di Re e che era stato mosso dalla casa e2 di partenza alla casa e4 di arrivo? Ed il ragionamento valeva anche per gli altri pedoni e i pezzi. Mi concentrai di nuovo. Non dovevo abbattermi. Bevvi un altro caffè e fumai un altro sigarello. Poi andai al bagno e mi lavai la faccia che stava perdendo qualsiasi connotato di specie umana. Forse fu proprio in quel momento che la dea bendata ebbe compassione di me. Ritornai nello studio e mi ritrovai tra le mani la lista dei morti che avevo scritto tempo fa con i nomi, i cognomi e l’indirizzo della loro abitazione:
1) Amelia Esposito, via Petrucci 4
2) Luigi Ermini, via Sant’Angelo 5
3) Ferdinando Falugi, via Pellai 3
4) Silvana Cauccioli, via Reatina 6
5) Cosimo Biondi, piazza del Sale 5
6) Carlo Aldobrandi, via Sant’Orsola 6
7) Roberto Corsi, via Romana 6
8) Marino Donati, via Pratesi 6
La lessi e la rilessi fino a quando…Incredibile, impossibile, ma forse…Allora fui preso dalla stanchezza e caddi sulla poltrona come corpo morto cade.
11) Un adorabile vecchietto
La mattina seguente, cioè qualche ora dopo, mi svegliai perché durante il sonno, evidentemente agitato, mi ero mosso ed ero scivolato lungo la poltrona per finire steso sul pavimento. Ero stordito, ma ritornai alla realtà mettendo letteralmente il capo sotto il rubinetto del lavandino. Il primo pensiero fu quello di telefonare alla persona che pensavo fosse utile a cercare di chiudere il cerchio. Almeno così speravo. La telefonata fu lunga e molto, molto interessante. Uscii così come mi trovavo, dopo avere ingurgitato due budini di riso che tenevo al fresco nel frigorifero. Quelli non mancavano mai. Non mi feci neppure la barba e mi avviai a incontrare Erminio Gazzarri in via Lombardia 28. Ci arrivai con la mia punto verdolina che erano all’incirca le dieci. Abitava in una palazzina isolata in un quartiere residenziale dell’Acqua Calda formato da alcune villette a schiera contornate da splendidi giardini. Quello di Erminio Gazzarri era decisamente bello ed ordinato, vi erano fiori ed una serie di piante bene allineate che non avevo mai visto. Al suono del campanello si affacciò un signore anziano dalla barba e dai capelli bianchissimi, vestito in maniera elegante che mi accolse con un aperto sorriso.
“Mi dica”.
“Il signor Erminio Gazzarri?”.
“Per servirla”.
Sono il commissario Marco Tanzini di Siena. Se lei permette vorrei porle qualche domanda. Sono da queste parti per svolgere delle indagini su questi misteriosi omi…”. Non mi fece neppure finire il discorso che “Ma, prego, si accomodi” disse con una voce estremamente cortese e nello stesso tempo mi condusse verso una poltrona in un piccolo salotto agghindato con molta cura.
“ Gradisce un caffè? Stavo giusto preparandolo per me”.
“Grazie, ma…”.
“Commissario, è un onore riceverla nella mia casa. La vedo, come dire, un po’ addormentata. Mi lasci preparare un buon caffè”.
“Se proprio ci tiene”.
“Faccio in un momento”.
Mentre il signor Gazzarri se ne stava in cucina a preparare il caffè mi misi ad osservare il salotto. Piccolo ma pulito e ordinato con alcuni graziosi quadri alle pareti, una piccola libreria ed un tavolo in stile che mi ricordava il settecento. Sul tavolo una bella scacchiera in legno con i pezzi degli scacchi collocati sopra di essa. Già la scacchi…
“Ecco il caffè, commissario. Quanto zucchero?”.
“Lo preferisco amaro, grazie”.
“Come vuole. Allora qual buon vento la porta da me?”.
Mi aggiustai gli occhiali per guardarlo meglio. Aveva un viso dall’aspetto dolce e rassicurante, una bocca ben disegnata e due occhi celesti vivi e penetranti. Sembrava che il tempo avesse lavorato con delicatezza su quel corpo che dimostrava ancora segni di una certa vitalità. Lo accostai istintivamente ad uno di quei filosofi antichi che al liceo mi avevano incusso una certa soggezione.
“Ho settantacinque anni, commissario”.
“Beh, io non volevo…non li dimostra e non porta nemmeno gli occhiali”.
“Per grazia di Dio ho ancora una vista acuta. Ma mi dica la ragione della sua visita. Dopo avere bevuto il caffè”. Sorseggiai il caffè che mi pare avesse un gusto del tutto particolare.
“Le piace?”. Il vecchietto sembrava leggere nella mia mente.
“Sì…volevo dire che ha un sapore diverso dal solito, diciamo un gusto originale”.
Mi rispose con un sorriso inquietante che assomigliò vagamente ad un sogghigno.
“Sono venuto per porle alcune domande. Anche se dall’aspetto sembra un giovanotto, presumo che sia in pensione”.
“La ringrazio per il complimento. In effetti sono in pensione da molti anni”.
“Che lavoro ha svolto, se mi permette, nella sua vita?”.
“Sono stato un farmacista”.
“E anche un appassionato giocatore di scacchi”.
“Ah, la scacchiera sul tavolo…Si è vero. Ho giocato per molti anni”.
“Ma non a tavolino”.
“No…non a tavolino…ma come fa a sapere certe cose su di me. Sembra che si sia informato”.
“Niente di particolare. Abitudine del mestiere”.
“Sì, ho giocato per corrispondenza fino a quando è spuntato il computer che ha sciupato tutto”.
“Per corrispondenza, cosa significa?”.
“Vedo che è interessato agli scacchi. Anche lei conosce questo giuoco?”.
“Abbastanza, ma non tanto da essere bravo. Almeno come lo è stato lei. Un campione italiano…”
“Mi sta lusingando. Il gioco per corrispondenza è semplice. Io spedivo una cartolina all’avversario con le mosse segnate secondo il sistema vigente. Se volevo muovere il pedone di Re di due case allora scrivevo 1.e4 che rappresenta lo spostamento del pedone dalla casa e2, sottintesa, alla casa e4. Semplice”.
“E se l’avversario rispondeva, che so, con 1…e5 , lei come rispondeva a sua volta?”.
“Beh, rispondevo immancabilmente portando il Cavallo bianco da g1 in f3 con 2.Cf3 per controllare il centro, come è nella regola generale”.
“Capisco. E se le avessero risposto 2…Cc6?”.
“Commissario, lei mi vuole provocare. Guardi che sono stato anche un buon giocatore alla cieca”.
“Accetto la sfida e rispondo con 2…Cc6”.
“Bene, allora 3.Ab5”.
“Vedo che le piace la Spagnola”.
“E’ solida e sicura”. A questo punto qualcosa incominciò a non funzionare nel mio cervello.
“ Io…io…gioco 3…a6”.
“Ed io le catturo il Cavallo in c6 con 4.Axc6+, la mia variante preferita”.
“La…la…la variante di cambio”.
“Bravo commissario, ma lei si sente male. Sta sudando…”.
“Lei…lei…”. Stavo in effetti sudando e sentivo che ero lì lì per perdere i sensi. Mi aggrappai alle ultime forze rimaste. “Lei…lei è l’assassino, o meglio…uno degli assassini di questi… tremendi delitti…”.
“Immaginavo che mi avrebbe scoperto prima o poi. Lei è un bravo commissario, anche se per poco” rispose con una voce che si era fatta all’improvviso fredda e tagliente.
“Tra un minuto la Berlusca-insatiabilis che ho messo nel caffè farà il suo effetto. Prima di perdere conoscenza vorrà, però, saperne il motivo, non è vero?”. Tentai di gridare, ma la lingua era come bloccata. Potevo solo parlare a bassa voce.
“Non può gridare E’ uno degli effetti di questa pianta graziosa dai fiori celesti. Può solo emettere qualche parola che in poco tempo scomparirà”.
“Brutto figlio di…” riuscii a sillabare.
“Ma può ascoltare. Sono stato il più forte giocatore italiano per corrispondenza, il migliore! Nessuno poteva resistermi!”. Il gentile vecchietto incominciò a gridare e a strabuzzare gli occhi.
“Poi ho smesso con l’avvento del computer. Non c’era più gusto a far giocare questi maledetti cervelli di silicio. Ma la passione mi è rimasta dentro, forte, prepotente”. Aveva abbassato il tono della voce che era diventato un sibilo come quello di un serpente.
“E allora dopo tanti anni ho pensato di giocare di nuovo, ma in maniera diversa, meno scontata, più eccitante. Mi sente, commissario?”. Cercai ancora una volta di gridare, ma non ci riuscii.
“Un gioco dove prendessero parte anche altre persone, seppure inconsapevolmente. Come messaggeri di morte. Un’idea straordinaria. Una mossa ogni quindici giorni per prepararla bene, lei mi capisce…”.
“Ma la scel…ta…del…le…vit…time?”.
“Prese dall’elenco telefonico. La prima è stata Amelia Esposito, abitante in via Petrucci 4. Vuole sapere perché, ma credo che lo sappia. Vero? Lei è una persona così intelligente…”. Feci uno sforzo tremendo per rispondere. La testa mi girava e stava calando una fitta nebbia.
“Per…per… gio…care e4 che…che… si otti…ene dal…la pri…ma let…tera del co…co…gno…me e dal nu…me…ro …dell…la… abi…ta…zio…ne”.
“Ma bravo, il mio commissario! Anche nei suoi ultimi istanti di vita il suo cervello funziona che è una meraviglia. Dovendo muovere un pedone ecco che l’ho messo nella mano della giovane Amelia, che il signore l’abbia in pace. Nella mano sinistra come se segnassi la mossa su un formulario. Alla sinistra va il Bianco e alla destra il Nero. Non le pare? L’avevo seguita all’Università e convinta a fumare una sigaretta insieme ad un povero vecchio che cercava il nipote tra tutti quegli studenti. E’ stata brava, mi ha fatto compagnia, ma si è sentita male ed io le ho offerto un passaggio per riportarla a casa, solo che ho preso la strada per l’aeroporto di Ampugnano. Avevo già in mente l’idea di depistare le indagini portando il corpo lontano. L’ho trascinata per terra mettendo dei sacchetti di plastica alle scarpe, l’ho ricomposta e le ho stretto la gola con queste mani, dopo avere messo opportuni guanti di gomma. Anche se non è stato facile. Sa a questa età le forze incominciano a mancare”.”.
“E il…ve..le…no?”.
“Se potesse visitare la mia casa vedrebbe che sono fornito di piante straordinarie in giardino e di un bel laboratorio”.
“Con…chi…gio…ca…va?”.
Si avvicinò verso di me con una risata sgangherata.
A questo punto fui avvolto da un incubo. Ora mi sembrava di essere Napoleone alla testa della Grande Armata, ora Gesù Cristo che predicava ad una folla immensa. Poi un nero assoluto.
Fui riportato alla luce da una fiamma rossa che si agitava intorno al mio viso.
“Sveglia, commissario, sveglia!”. Aprii gli occhi con un certo sforzo. Era Sally che mi scuoteva “Finalmente! Ce n’è voluta per fargli riprendere i sensi!”.
“Ma…ma il vecchietto?”.
“In gattabuia. L’abbiamo messo in gattabuia”.
“Come hai fatto a sapere dove ero e a salvarmi da quell’infame Berlusca-insatiabilis?”.
“Come ci è arrivato lei alla soluzione,ci sono arrivata anch’io, commissario, ripensando a tutto quando sono arrivata a casa ed ho sfruttato internet dove si trova l’associazione che organizza il gioco per corrispondenza. Ho dato una occhiata all’archivio ed ho trovato quello che cercavo. Mentre lei?”.
“Ho telefonato al Presidente del circolo che è praticamente un archivio vivente”.
“Bene, così di vecchi giocatori per corrispondenza a Siena ce n’era rimasto praticamente uno”.
“Non erano due?”.
“Uno è deceduto da tempo. Questo è un vero pazzo, anche se all’aspetto non sembra. Me lo ha confidato il suo psichiatra che ho rintracciato…”.
“Lasci stare i particolari…Ma come ha fatto a salvarmi? Mi sento svuotato e a pezzi”.
“Con l’unico antidoto efficace che mi sono procurata dal nostro Serbelloni”.
“Quale antidoto?”.
“La Ciampitia-costitutionalis”.
“Accidenti! Benedetta questa Ciampitia, allora”.
“Lo può gridare forte”.
“Scusi Sally, non riesco a capire. Forse è colpa del Berlusca…ma se era solo con chi giocava questo stramaledetto signor Gazzarri?”.
“ Giocava contro se stesso. Ha detto che non aveva avversari degni del suo nome”.
Rimasi a bocca spalancata come uno stoccafisso.
12) Epilogo
“Capite! Tutto questo macello per una partita a scacchi di un vecchio pazzo! Brutti, maledetti fannulloni che non sanno come passare il tempo, ma glielo troverei io il modo di passare il tempo a legnate sul groppone, mascalzoni che non sono altro e poi si credono intelligenti perché stanno ore e ore piegati sulle scacchiere a muovere quei pezzetti di legno, mi hanno rovinato la vita con le loro storie maledette, eh se li avessi ora qui tra le mani…oddio…aiuto… mi manca il respiro…”
“Mirella, ci risiamo”.
“Un altro attacco?”.
“Mi pare di sì. Come al solito quando entra qualcuno nella stanza incomincia a raccontare questa storia, si agita e il cuore non regge. Fagli una puntura che si calmi”.
“Ora lo sistemo io”.
Studi selezionati
Era un bel po’ che ci pensavo: compilare una raccolta dei propri puzzle non è poi così difficile, ma sarebbe meglio aver chiaro in testa cosa si vuole mostrare e invece io rimandavo da troppo tempo la questione. Si rischia di annoiarsi, prima ancora che annoiare gli altri.
Studi approfonditi oppure semplici richiami ad un tema comune a diverse posizioni ?
Soluzioni lunghe (stile “64”) oppure miniature più simili ai classici problemi di matto ?
Raccolta di originali ? E quanto estesa ?
E ancora, ero combattuto nella scelta tra una semplice carrellata del meglio che mi fosse riuscito selezionare e una ricerca più mirata, ordinata per argomento e per mix di materiale.
Alla fine, non essendo questo il frutto di un lavoro organizzato ma, anzi, piuttosto simile ad una “caccia ai tartufi”, ho convenuto che la questione fosse comunque dominata dal gusto personale e che la selezione ultima potesse a buon titolo essere affidata al lettore.
Pertanto mi sono limitato a raccogliere il materiale adatto ( i tartufi, appunto ) passandolo più volte al setaccio ( purtroppo insindacabile ) del mio senso estetico, ma con maglie mano a mano più larghe al solo scopo di ridurre il numero complessivo degli esemplari.
Per il tocco finale è bastato evitare che i puzzle apparissero casualmente uno dopo l’altro, accorpandoli per analogie e stabilendo un minimo di logica nella sequenza che vedrete.
Alcune posizioni poi sono quasi gemelle, come fu per le Nipotine con le quali è iniziata questa mia avventura semiseria, per cui non aveva senso separarle, ma più in generale ho scelto di raggruppare i tartufi-puzzle in base alle analogie di gusto-tematica, e sotto un titolo comune.
A ben ragionare, forse ho trovato più problemi nella selezione del materiale: credo sia perché si diventa mano a mano più esigenti, come in tutti i campi dove si è fatto qualche progresso.
Come molti dei loro predecessori, anche questi schemi sono frutto di una illuminazione iniziale, ispirata dalla consultazione di voluminosi quanto provvidenziali database sui finali, seguita da un immancabile approfondimento in fase di “refining”: momento spesso faticoso e a volte frustrante, quando fallisce l’obiettivo, ma è anche quello più utile dal punto di vista formativo.
Che altro dire ? Spero che i tartufi vi piacciano…
LEGGERI MA EFFICACI
I finali sbilanciati sono la mia passione scacchistica più antica, ma devo dire che ultimamente, proprio grazie al privilegio di curare questa rubrica, ho rivalutato il potenziale che può essere messo in campo da alcune combinazioni di pezzi che prima credevo sfavoriti nella lotta.
Quello di 2 o 3 pezzi leggeri contro donna, con qualche pedone per parte, è il meno scontato.
M-486 [7+9]
M. MICALONI 2012
Bianco muove e vince
1.Axf5! cxb2 2.Ccd3!! b1=D 3.Rxc7! Df1!
Il Nero tenta di aggirare il blocco passando per la colonna F : qualcuno dovrà ostacolarlo
4.Cc6! Ra8 5.Cf4!! Dc4 6.Ce6! b4 7.Rb6! Dxc6 8.Rxc6 h2 9.Axe4 b3 10.Cc7! Ra7
11.Cb5 Ra6 12.Rc5 b2 e il cavallo da concorso conclude con un bel percorso netto!
13.Cc3 1-0
Annotazioni in sintesi:
2.Cca2? Aa5 3.Cc3 h2 4.Axe4 Axb4 5.Cb1 Af8 6.Rxb5 Axh6 con equilibrio
ancora peggiore 2.Rxc7?? bxc1=D 3.Cc6 Dxc6 4.Rxc6 h2 5.Axe4 b4 -+
il cavallo è intoccabile a causa di Rxc7-Cc6-Ac8-Ab7 matto, ma anche una mossa di alfiere perderebbe senza grandi acrobazie:
2….Ab6 3.Cxb2 h2 4.Axe4 Axe3 e il B. perderà tutti i pedoni vincendo però con le 3 figure, essendo comunque in grado di scambiare uno dei cavalli al momento di catturare in h2.
2….Aa5 3.Cxb2 h2 4.Axe4 Axb4 e il B. cede uno dei cavalli, ma conserva il pedone e3 per cui dopo 5.Rxb5 Af8 6.Rc6 Axh6 7.Cc4 Rb8 8.Rd7 Ra7 9.Ag2 Ra6 10.e4 Af4 11.Re6 e vince
5.Axe4? Df7 6.Rb6 Db7 arraffando mezzo punto senza alcun merito
5….Dc1 6.Cxh3 b4 7.Ac8! +-
6.Cxh3? b4! e il Bianco passa agli esami di riparazione solo con
7.Cg5! b3 8.Axh7 b2 9.Axe4 Dxe4 10.Cxe4 b1=D e parità
In questa quasi-miniatura le parti si invertono: il pezzo più forte impone la sua legge ma riesce solo operando come recitano i manuali sul finale di partita, cioè con il contributo attivo del re.

M-491 [3+6]
M. MICALONI 2012
Bianco muove e vince
La posizione è relativamente complicata considerando la esiguità del materiale e se il Nero riuscisse ad impostare indisturbato un assetto con Ab1, Ab2 e Cg3-Cf5, il B. dovrebbe rassegnarsi. Salta agli occhi pure la inutilità di catturare il cavallo alla prima mossa, dato che il prezzo da pagare, l’ultimo pedone bianco, sarebbe troppo alto.
Pertanto il piano prevede di catturare il pedone h4 prima che la difesa venga schierata e solo dopo, giocando Dg1, si potrà ingessare la difesa ed avanzare il pedone liberato.
Ma una cosa è il piano, ben altra cosa è la sua perfetta esecuzione, che tenga in conto anche gli immancabili dettagli non previsti all’inizio e la resistenza dell’avversario.
1.Da6!! (si finta Df1 ma in realtà si minaccia Rb3-Dxa2 ) Ab1 2.Rb3! Ab2! ( il problema immediato era Df6 )3.De2!! ( attacco doppio ad alfiere campo-scuro e cavallo, ma il vero obiettivo è il pedone ) Ah8 4.Dh5! Af6 5.Dh6! Ae5! il Nero non collabora: dopo Dxh4 Cg3 vorrebbe interferire ad un attacco sulla traversa con Cf5 e ad uno sulla colonna con Ce4. Questo particolare rende ancora intoccabile il pedone h4, ma non per molto.
6.Dg5! Ab2 7.Dxh4! Cg3 8.Dxg3 Ah7 9.De1 Ab1 10.Dg1 Ac3 11.g4 1-0
Annotazioni in sintesi:
1.g4? hxg3 2.Dxh1 Rb1 3.Db7 Ra1 =
2.Df1? Cg3! 3.Dd1 Ce4 4.Rb4 Ab2 e il Bianco deve rincorrere mezzo punto
6.Dxh4? Cg3! 7.Dg5 Cf5 8.g4 Cd4 9.Rc4 Cc6 10.Rc5 Rb2 =
Anche il prossimo puzzle poteva essere inserito nel gruppo “pedoni di troppo”, ma la posizione era un po’ troppo artificiosa per non essere notata con un certo stridore, e allora ho rinunciato.
In compenso qui il Nero collabora al tema proposto e tra i pezzi leggeri ed efficaci inserisce anche il suo dopo una provvidenziale sottopromozione.

M-573 [4+7]
M. MICALONI 2012
Bianco muove e patta
1.Ab3! f5! dato che delle 4 mosse possibili una perde e 2 sfociano in una rapida patta,
il punto esclamativo sottolinea la scelta di mettere in gioco il punto intero.
2.Cc7!! a5 3.Cb5 f4! 4.Axf7 f3 5.Rb3! f2 6.Ac4 a4 7.Ra3!! Rb1! 8.Cc3 Rxc2
9.Cxa2 Rd2 10.Cb4 Re1! 11.Cd3! Rf1! 12.Ce5! Rg2! 13.Cg4! f1=C! 14.Rxa4 Rf3 patta
Annotazioni in sintesi:
dopo 1….d5? la confutazione semplice è 2.Axd5 f5 3.Cf6 Rb1 4.Axa2 Rxa2 5.Cxd7 f4 6.Cb6 +-
mentre quella più accattivante sarebbe 2.Cxf6 Rb1! 3.Axa2 Rxa2 4.Cxd5 f5 5.Cb6! f4! 6.Cxd7 f3 7.Rd2! (sarà chiaro più tardi perché bisogna tenere sgombra la casa d3) …Ra3 8.Cb6! Rb4 9.Cd5 Rc4 10.Ce3! Rb5 11.Cd1 Rb4 12.Cb2 a5 13.Cd3 Ra4 14.c4! f2 15.Re2 Rb3 16.c5 e vince
3….a4? 4.Axf7 f4 5.Ca3! f3 6.Cc4! Rb1 7.Cc2 e vince
LA TORRE IMPAZZITA
Ho scoperto questa posizione fantastica dopo alcune indagini volte a complicarne una derivata dalle zugzwang position con soli 6 pezzi: credetemi, una vera miniera.
Tutti gli impianti che vedrete sono imperniati sulla totale mancanza di libertà di movimenti del difensore, congelato dalla minaccia b6-b7-b8D-Db6 matto, che viene cinicamente bombardato da una sequenza interminabile di deviazioni e interferenze, sulla colonna B, sulla prima traversa e da parte dei pedoni lanciati a promozione, fino alla inevitabile capitolazione.

M-301 [9+10]
M. MICALONI 2012
Bianco muove e vince
E’ anche possibile usare il set-up iniziale come test position per confrontare un nuovo motore, visto che per qualche minuto il Bianco è dato per spacciato (giustamente, direte voi).
Provate a registrare il tempo che impiegano i vostri software scacchistici preferiti, non solo per inforcare le prime mosse migliori del Bianco, ma per indicarle anche vincenti!
Per gli umani che conosco invece, e la rima è incidentale, anche questo è troppo tosto…
1.b6! b1=D 2.Te1!! Axh5
il Nero si premura di arginare la valanga ad Ovest, però mette in moto quella centrale!
3.d4!! h3! 4.dxe5! fxe5 5.f6! gxf6 6.g7 Af7 7.Tc1!! e1=D altrimenti cosa?
8.Txe1 d4 9.Tc1! Aa2 10.Txc2 Ae6 11.Tc1 1-0
Annotazioni in sintesi:
2.Tc1?? e l’alfiere nero può interferire in prima traversa liberando la donna
2….e1D 3.Txe1 Ad1 -+
E’ solo una curiosa perdita di due tempi 4.Aa3 Db5! (se Axg6 5.Ab2!!) 5.Ac5! Db1! 6.dxe5! +-
Invece bisogna disporre di una visuale molto profonda per capire come mai perde
4.exd5?? che provoca l’adescamento del Re sulla grande diagonale, ma con una variante che quasi sicuramente è troppo lunga per gli orizzonti umani:
4….Af3! 5.d6 Ac6!! 6.Rxc6 h2 7.d7 h1=D 8.Txh1 Dxh1 9.d5 Dh8 10.b7 Rb8 11.Ad6 Ra7 12.b8=D Dxb8 13.Axb8 Ra6! -+
8….Ae6 9.Tf1 h2 10.Txf6 Ac8 11.g8=D Dxb6 12.Txb6 Ra7 13.Th6 Ra8 14.Dxc8#
Dopo il primo esemplare ho ricavato tali e tante versioni che, a presentarle tutte una dietro l’altra, piuttosto che profumati tartufi sembrerebbero file di succulente salsicce.
Potete addentarne al massimo altre due.

M-048 [8+9]
M. MICALONI 2012
Bianco muove e matta in 15 mosse
1.Tc1! d5! 2.Ac5!!
si minaccia l’interferenza Ab4, ma una mossa similesi trova per esclusione di tutte le altre
2.…dxe4! 3.Txc2!! e3! 4.Th2!! h3 5.Txh3! Dh1! 6.Txh1 Axh1 7.Axe3! Ad5
le mosse uniche sono terminate, e parrebbe profilarsi un sostenibile finale di alfieri contrari, invece…
8.Ah6! e4 9.dxe4 Axe4 10.Axg7 Ab7 11.Axf6 Ae4 12.g7 Ad5 13.Ad4 Ab7 14.g8=D Ac8 15.b7 matto
Annotazioni in sintesi:
1.Tf1?? Ad1 2.Ac1 Db4-+
1….Ad1 2.Ad2! d5 3.Ab4 Dxb4 4.Ta1 +-
1….h3 2.Ad2! +-
2….Axe4 3.Txc2! Dxb6 4.Axb6 Axd3 5.Ta2 Aa6 6.Txa6 matto
3….exd3 4.Tc3!! Db2 (per impedire Ta3) 5.Txd3!! Ad5 6.b7 Axb7 7.Td8 Ac8 8.Txc8 matto
4.Tc4?? Db5! unica e vincente 5.Axe3 De8 -+
4….Db3 5.Txh4! +-
Più che impazzita, direi che qui la torre fa semplicemente gioco di squadra per guadagnare un tempo decisivo, in modo che abbia successo la interferenza del suo collega.
Ma spesso nel nostro gioco le differenze che pesano di più si nascondono proprio nei dettagli.

M-052 [8+11]
M. MICALONI 2012
Bianco muove e matta in 11 mosse
1.Ab2!! hxg1=D 2.b7 Ra7 3.b8=D Ra6
il condannato sembra in fuga, ma proprio qui dovrà tornare!
4.Db7 Ra5 5.Da8! Rb5 6.Dc6! Ra5 7.Dc3 Ra4 8.Da3 Rb5 9.Db3 Ra5 10.Ac3 Ra6
11.Da4 matto
Annotazioni in sintesi:
1.Tc1?? exd4 -+
1.Th1?? c1=D -+
1.Txg2?? c1=D 2.Rxd6 exd4 -+
1….Dxb2 2.Ta1! Dxa1 3.b7 Ra7 4.b8=D Ra6 5.Db6 matto
1….c1=D 2.Txc1 Dxb2 3.Ta1 Dxa1 4.b7 +-
1….Dxg1 2.b7 +-
SOLO QUESTIONE DI TECNICA
Ho raggruppato qui alcuni studi con varie combinazioni di materiale, accomunati solo dalla considerevole padronanza tecnica necessaria a far prevalere o salvare il Bianco.
E non appaia casuale il fatto che il materiale sia abbastanza ridotto in tutti gli schemi proposti, perché è ovvio che al diminuire delle figure che partecipano all’azione, si riduce anche la quantità di alternative strategiche e proseguendo al limite il piano finisce per diventare unico, il che concede campo libero alla pura tecnica.
Pertanto nelle soluzioni fornite praticamente nulla di quello che accade appare dovuto all’intuito o all’esperienza, né potrebbe prescindere dal calcolo esatto delle varianti.

M-045 [4+5]
M. MICALONI 2012
Bianco muove e vince
1.Te4 f3 2.Ca6!! Rxa6 3.Te5!! e6 4.Rc7!! f2 5.Txe2 Ra5 6.Txf2 Rb4
7.Rd6 Rxc4 8.Ta2 1-0
Annotazioni in sintesi:
1.Td5? Rb4 2.Ca6 Rc3 3.Te5 f3 4.Cc5 f2 5.Ce4 Rd4 6.Cxf2 Rxe5 =
2.Rd5? Ra4! 3.c5 Rb3 4.c6 f2 =
2.Rd7? Rb4! 3.Ca6 Rc3 4.c5 Rd3 5.Txe7 f2 =
2….Ra4 3.Te3! e6 ( oppure f2 4.Cc5! Rb4 5.Cd3 +-) 4.Txf3 e1=D 5.Cc5 Ra5 6.Ta3 e vince
Se quella appena vista era la versione leggermente rifinita del mio “Scacchierando Dieci”, pubblicato nel blog ad inizio di questo anno, quelli che seguono sono alcune sue ulteriori evoluzioni, che dimostrano la “versatilità” di questo schema.
Questo lavoro merita un po’ più di attenzione. Sono stato a lungo tentato dal non pubblicarlo qui, preservandolo quale “inedito”, perché ritengo che possa reggere il confronto con la media degli studi che, pur senza ambizioni da premio, vengono presentati ad alcuni concorsi.
Appare ugualmente perchè non sono sicuro che una volta cominciato il ballo sarei in grado di proseguire con la determinazione che mi impongo in tutte le vicende scacchistiche.
Alla quinta mossa il Nero è ad un bivio: nella variante proposta come secondaria in effetti riesce a promuovere e resiste più a lungo ingaggiando un combattimento contro T+C dal quale comunque esce sconfitto grazie ad una gradevole “sviolinata di tecnica” del Bianco.
Per puro esibizionismo la ho rimpiazzata nella soluzione con una variante più spettacolare, che prima era nascosta nella selva di quelle altrimenti destinate alle note.
M-575 [5+6]
M. MICALONI 2012
Bianco muove e vince
1.Rd5!! e6! 2.Txe6 a3! 3.Ta6! Rb4 4.Cc6 Rc3 5.Txa3! Rd2 6.Ta2 Rc3 7.Tc2!! Rxc2
8.Cd4 Rd3 9.Cxf3 a5 (ora non 10.Ce1? Rd2 11.Cg2 a4 =) 10.f5! a4 11.f6 a3 12.f7 a2
13.Ce1!! non una semplice manovra di disturbo, ma l’unico modo per vincere in questa posizione; il cavallo va in e1, sostenuto dalla donna fino all’arrivo del pezzo decisivo: il re!
13….Rd2 14.f8D a1D 15.Db4! Rd1 16.Re4!! Da8 17.Re3Da7 18.c5! Df6 19.Rf2 Df6 20.Cf3! Rc1 21.Rxe21-0
Annotazioni in sintesi:
1.Rd7? Rb4 2.Cc6 Rc3 3.Cd4 Rd3 4.Txe2 fxe2 5.Cxe2 Rxe2 6.c5 a3 7.c6 a2 =
2.Rd6? Rb4 3.c5 Rc3 4.c6 Rd3 5.c7 Rxe4 6.c8=D f2 7.Dxe6 Rd3 =
3.Cc6? Ra4 4.c5 a2 5.Cd4 a5 6.Cxf3 a1=D 7.Txe2 =
5….Rb2 6.Te3! Rb1! 7.Txf3! e1=D 8.f5! Dd2 9.Cd4! Dg5 10.c5! Rb2 11.c6! Dd8 12.Rc4 Dg8 13.Rd3 Dg1 14.f6 Dd1 15.Re4 De1 16.Te3 Dh4 17.Re5 Dh2 18.Re6 Dg1 19.Cf5! Dg8 20.f7 Dg6 21.Re7 Dxf5 22.f8=D Dc5 23.Rf7! Dxe3 24.Db4 Rc2 25.Dc4 e vince
15.Dh6 Rd1 16.Cf3 Da8 17.Dc6 Dg8 18.Rc5 e1=D 19.Dd6 Re2 20.Cxe1 Rxe1 21.Rb5
e servirebbero altre 46 mosse per vincere
Ed ecco l’ultimo nato. Per convenzione i puzzle come questi, aventi un numero di pezzi compreso tra 8 e 12 vengono chiamati Meredith, dal nome di un compositore inglese specializzatosi in questa tipologia, mentre quelli aventi fino a 7 pezzi sono miniature.
Rispetto allo studio precedente, qui per ottenere gli stessi obiettivi si applica una sequenza abbastanza diversa. Ad esempio, la mossa di re, che sgombera la casa c6 al cavallo e libera la colonna C al pedone passato, qui deve essere ulteriormente preparata.

M-580 [5+6]
M. MICALONI 2012
Bianco muove e vince
1.f6! exf6 2.Rd6!! Rb4 3.c5! Rb3 4.c6 g2 5.Tf3! Rb4 6.c7! f1=D 7.Cc6! Rb5
8.Cd4 Rb6 9.c8=D g1=D 10.Da5 Ra6 11.Txf1 Dxf1 12.Dc2 a3
13.Da4 Rb6 14.Db3 Ra6 15.Rd7 a2 16.De6 Ra5 17.Cc6 Ra4 18.Dxa2 Rb5 19.Db3 Ra6 20.Da4 Rb6 21.Da5 Rb7 22.Dxa7 matto
Annotazioni in sintesi:
1.Rc7? a3 2.Cc6 Ra4 3.c5 Rb3 4.Tf3 Rc4 =
2.Rd5?? g2 3.Cc6 Ra6 4.Txf2 g1=D -+
2.Tf5?? Rb4 3.Rd5 a3 4.Tf3 a2 -+
2….a3 3.Cc6 Ra4 4.c5 Rb3 5.Cd4 Rb2 6.c6! a2 7.c7 a1=D 8.c8=D Da4 9.Db7 Ra2 10.Dd5 +-
Se avete letto il mio articolo “64” di sicuro non vi sarà ignoto il metodo della triangolazione di re per mettere in crisi il “parity check” di un cavallo avversario e mandarlo fuori sincronia.
Quello che segue è una sorta di ritocco estetico del mio “Scacchierando Undici”, che come vedrete si gioverà della battaglia tra 2 pezzi leggeri contro la Donna neo-promossa.
M-149 [4+6]
M. MICALONI 2012
Bianco muove e vince
1.Rd7!! Cb6 2.Rc7 Cd7 3.Cxe7! Ra6 4.Cc6! a1=D 5.Ae4! Dc3 6.Ad3! Dxd3
7.Cb4 Ra7 8.Cxd3 f5 9.Cf4 Cb8 10.Cd5! f6 11.Ce7 Ca6 12.Rc8 Rb6 13.Cd5 Rc6
14.Cb4 Cxb4 15.b8=D 1-0
Annotazioni in sintesi:
3.Cd4? a1=D 4.Cc6 Ra6 5.Ae4 Dc3 6.Ad3 Dxd3 7.Cb4 Ra7 8.Cxd3 f5=
e la differenza con la linea vincente è proprio che qui sopravvive il pedone e7.
E’ semplice inversione dopo 3….a1=D 4.Cc6 Ra6 5.Ae4!! maper evitare 6.Ad3! e il doppio di cavallo il Nero può tentare 5….Rb5 allora 6.Rxd7!! Dd1 7.Re7 Dd2 8.b8=D Rc5 9.Da7 Rb5 10.Cd4 Rb4 11.Cc2 e vince
4.Rxd7? a1=D 5.b8=D Dxh1 6.Dd6 Rb5 =
5.Cb4? Rb5 6.Ac6 Rxb4 ( oppure Rc4 7.Rxd7 Dd4 8.Ad5! Rxb4 9.b8=D patta ) 7.Axd7!=
STORIE DI ALFIERI INDOMABILI
Anche qui è’ un puro caso che il prossimo lavoro venga pubblicato: sebbene il sacrificio di alfiere sia un tema già visto, la soluzione è gradevole e scorre piacevolmente, essendo tra quelli potenzialmente presentabili ad un concorso di composizione, con unica restrizione nel massimo di 12 pezzi totali, ha dovuto subire un inflessibile giudizio supplementare ( il mio ).
Ho creduto che il mio eventuale esordio possa avvenire con lavori “artisticamente” più corposi. Se ne faranno una ragione, immagino.

M-574 [5+6]
M. MICALONI 2012
Bianco muove e patta
1.f6! gxf6 2.Rc3! Rb1 3.Ac2 Rc1! 4.Ab3!! bxc4 5.Aa2! Cb6! 6.h6! Cd5
7.Rxc4 Ce7 8.h7 Cg6 9.Rd3 Rb2 10.Ae6! Ch8 11.Re4! a2 12.Axa2 Rxa2
13.Rf5 a3 14.Rxf6 Rb3 15.Rg7 a2 16.Rxh8 a1=D 17.Rg8 patta
Annotazioni in sintesi:
perde 1.h6? gxh6 2.f6 Rb2 3.f7 Cc7 4.Re5 a2 5.f8=D a1=D 6.Dd6 Rc1 -+
molto interessante, ma non va nemmeno la immediata 1.Rc3? Rb1 perché il B. arriverebbe alla spinta f6 in posizione già persa 2.Ac2 Rc1 3.Ab3 ed ora, se il Nero è attento:
3….axb3? 4.Rxb3 bxc4 5.Ra2! Rd2 6.f6 =
3….Cc7? 4.f6! gxf6 5.Aa2 bxc4 6.Axc4 Cb5 7.Rb4 Cd6 8.h6 Cxc4 9.h7=
3….Cb6? 4.f6! axb3 5.Rxb3 Rb1 6.fxg7 a2 7.g8=D bxc4 8.Rb4 a1=D 9.Dg1 Ra2 10.Dxa1=
3….bxc4! (è una trasposizione 3…Rb1 4.Ac2 Rc1 5.Ab3 bxc4-+) 4.Axc4 Cb6 7.f6 gxf6 8.h6 Cxc4 9.Rxc4 a2 10.h7 a1=D 11.h8=D De5 e il Nero vince anche secondo le TB6.
Meno vivace 1….Rb2 2.fxg7 a2 3.g8=D a1=D 4.Dxa8 Dxd1 5.Rc5 Dxh5 6.Dd5 Dxd5 7.cxd5 =
degna di nota 2….Cb6(il Nero dà scacco perpetuo dopo 3.cxb5 Cd5 4.Rc2! Cb4 5.Rc1! Cd3 =)
in quanto il B. può forzare il gioco con 3.h6 Rb1 4.Ac2 Rc1 5.Ab3 bxc4 =
nella linea principale la spinta h6 non è giocabile prima che il Nero muova il cavallo e infatti
4.Ab3!! bxc4 5.h6? e invece della perdita di tempo Cb6 il Nero risponde cxb3! 6.h7 a2 e vince
Curiosamente un gioco iniziale meno preciso determina uno studio a parte dopo
3….Ra1? (ora vince facilmente 4.Axa4! Cb6 5.cxb5!)
4.h6?!a2 e una variante con numerose mosse uniche fa prevalere ugualmente il Bianco dopo
5.h7 b4 6.Rxb4 Rb2 7.h8=D a1=D 8.Dxf6 Ra2 9.Dxa1 Rxa1 10.c5! Rb2 11.Axa4 Cc7
12.c6! Cd5 13.Rc5 Cc7 14.Rc4! Rc1 15.Rb4! Rd2 16.Ab3! Rd3 17.Ra5! Rd4 18.Rb6! Ce8 19.Ae6! Re5 20.Af7!! Cd6 21.c7! Rd4 22.Ae6! Re5 23.Ah3 Rd5 24.Ag2! Re5 25.Rc6 Cf5
26.Ah3 Ce7 27.Rc5!! Rf6 28.Rd6 Rf7 29.Ad7 Rf6 30.Ae6 +-
Tra i vari affronti che ho perpetrato a danno della studistica, ho provato anche a raggiungere le posizioni critiche di alcuni miei studi precedenti partendo da schemi più complessi, ad esempio interponendo una semplice manovra che forza un cambio di donne, già nota in alcuni lavori.
Qui il Bianco ha un pezzo e 2 pedoni in meno, il re esposto e un pedone avversario che sta per promuovere: c’è appunto bisogno di soluzioni drastiche.

M-363 [7+10]
M. MICALONI 2012
Bianco muove e patta
1.Db4! Ra1 2.Dxd4 Rb1 3.Db4 Ra1 4.Dc3 Rb1 5.Dc2 Ra1
Il perpetuo sarebbe assicurato ma ora il B. proverà a vincere mettendo all’angolo l’avversario
6.Dc1! Dxc1 7.Rxc1 hxg3! 8.fxg3!! a6! 9.Ac7 Ca7 10.g4 hxg4 11.Ad8! Cc6
12.Axg5 Cge5! 13.Af6 g3! 14.Ag7 Cd4! 15.Axe5 stallo
Piccolo inciso: nella versione iniziale dello studio che segue avevo messo un solo pedone Nero sulla colonna H, per cui quando completai questo mosaico non sapevo ancora che la soluzione avrebbe poi oltrepassato le 40 mosse, contribuendo potenzialmente ai fatturati di Intel e AMD.
In questo caso il mio consiglio ( se vi fidate ) è di risparmiare una brutta esperienza al vostro processore perché nella posizione iniziale anche un mostro “multi-core” potrebbe segnalarvi patta per qualche ora e, specie se anzianotto, sovraccaricare il sistema di ventilazione.
Credo che preferirebbe di gran lunga lavorare al ritocco dei vostri scatti delle vacanze.
M-072 [5+8]
M. MICALONI 2012
Bianco muove e vince
Il succo di questa posizione sta nel fatto che non si può spingere il pedone in b7 fin quando sulla colonna H permane più di un pedone avversario: è vero infatti che si possono controllare entrambi i punti f2 ed h2 piazzando l’alfiere in g3, ma con il re avversario nei paraggi questo potrebbe essere sovraccaricato dalla spinta h4 prima di ricevere aiuto.
In vista di ciò il Nero avrebbe facoltà di optare per un sacrificio Cxb7, e scendere in appoggio ai suoi pedoni più avanzati, potendo eliminare il pedone f2 e promuovere il suo.
1.Ra6! Cb7
fase 1:si deve minacciare il cambio in d8, pertanto quando il cavallo è in b7 va giocata Ac7,
mentre quando è in d8 si parcheggia per un tempo l’alfiere in f4 inducendo ogni volta il Nero alla spinta di un pedone, che al transito in h2 sarà catturato: semplice no?
2.Ac7! h6 3.Ah2! Cd8 4.Af4! Cb7 5.Ac7 h5 6.Ah2 Cd8 7.Af4 Cb7 8.Ac7 h2 9.Axh2 Cd8 10.Af4 Cb7 11.Ac7 h3 12.Ah2 Cd8 13.Af4 Cb7 (*) perché la “manovra della disperazione” Rd7-Re6-Rf5-Re4 del Nero non viene attivata prima di perdere i pedoni H ?
14.Ac7 h4 15.Af4 Cd8 16.Ah2 Cb7 17.Ac7 h2
fase 2: con un solo pedone H sarà possibile forzare la spinta b7 e la cattura AxC.
Il Nero non riprenderà l’alfiere, in modo da promuovere a sua volta e resistere più a lungo.
18.Axh2 Cd8 19.Af4 h3 20.Ah2 Cb7 21.Ac7 Cd8 22.Axd8 h2 23.b7 Rd7 24.b8=D h1=D
fase 3: finale di donne prettamente tecnico, ma in partita viva questi schemi finiscono patti.
25.Dc7 Re6 26.Dg7 Rf5 27.Dg5 Re4 28.Dg6 Re5 29.Af6 Rf4 30.Dg5 Re4 31.De5 Rd3 32.De3 Rc2 33.Dc3 Rd1 34.Da1 Re2 35.Dxh1 Rxf2 36.Dh2 Re3 37.De5 Rd3 38.De1 f2 39.Dxf2 Re4 40.Ra5 Rd3 41.Da1 Rc2 42.De2 Rb3 43.Aa1 Ra3 44.Db2 matto
Il piano è lineare ma la soluzione è abbastanza lunga, e sapete già della mia proverbiale pigrizia, quindi niente paura: esporrò solo una nota illuminante per i principianti.
(*) Quando uno dei pedoni incolonnati è in h3, prima di perderli tutti il Nero potrebbe tentare 13….Rd7 seguita da Re6-Rf5-Re4: in questo caso l’alfiere resta vigile sulla diagonale e il re deve aggirare la difesa con 14.Ac7! Re6 15.Ra7! Rf5 16.Rb8 Re4 17.Rc8 Ce6 18.Ah2 +-
Faticoso ma istruttivo, credo. Spero che almeno la soluzione sia esatta, perché verificarla interamente al computer mi costerebbe una decina di ore che invece vorrei dedicare ad altro.
Faccia pure chi ne avesse voglia, e magari parliamone ma …. prima ci sono le vacanze.
Come sempre raccomando a tutti di rivedere ciò su una scacchiera tradizionale
15 agosto 2020 - 15:01
Ah che bei ricordi ! Una riesumazione molto interessante. ?
Nemmeno io sono sicuro di ritrovare gli originali, comunque devo precisare che non tutti quelli presentati a quel tempo sono letteralmente “studi”, perchè la presenza di duali o linee alternative in alcune posizioni li relega a normale materiale didattico ( come del resto era negli scopi del blog ).
Siccome in seguito ho affinato la tecnica, ottenendo anche qualche risultato lusinghiero nei tornei internazionali, questa occasione mi spinge a compilare un nuovo articolo, ahimè, totalmente autocelebrativo, nel quale presenterò 5 o 6 dei miei studi più fortunati, e se la Redazione vorrà accettarlo, potrete leggerlo anche Voi.
Grazie a tutti e a presto!
15 agosto 2020 - 16:05
Ovviamente, si!
5 settembre 2020 - 17:13
Ho inviato il “pacchetto” per posta, al solito indirizzo.
Anziché 6 sono diventati 12 studi, quindi potete anche farne un calendario ! 🙂
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