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Una leggenda italiana del XIII° secolo

Concorso “L’articolo 2021”: Giosh ci conduce alle origini con frate Jacopo da Cessole

Con riferimento al concorso “L’articolo 2021” (qui presentazione e termini del concorso), Giosh ci racconta del frate Jacopo da Cessole e dei suoi sermoni tra scacchi e virtù.

 

L’origine degli scacchi:

una leggenda italiana del XIII° secolo

Articolo di Giosh

 

L’appassionato di scacchi avrà incontrato fin quasi alla noia la leggenda che narra della loro origine indiana.

Un ragià, afflitto per la morte del figlio in battaglia, ripensa ossessivamente alle sue scelte strategiche, provando a immaginare come avrebbe potuto evitarla. Per consolarlo, il bramino Sissa gli presenta il gioco degli scacchi. Il ragià, giocando, si rende conto che è impossibile vincere senza sacrificare alcun pezzo. Consolato da questa verità, concede al saggio bramino qualsiasi premio egli scelga. L’astuto bramino chiede di ricevere dei chicchi di grano per ogni casa della scacchiera: una per la prima casa, due per la seconda, quattro per la terza, e così via sempre raddoppiando fino all’ultima casella. Il ragià ride per questo desiderio apparentemente misero, finché i suoi consiglieri non gli fanno notare che tutto il grano del regno non basterebbe per accontentare la richiesta del bramino.

Questa leggenda ha numerose varianti, spesso in contraddizione tra di loro. In alcune il bramino viene premiato per la sua astuzia, in altre punito; in alcune storie il ragià non è afflitto per la morte del figlio, ma è solo un despota crudele che viene educato da Sissa. In altre la figura del ragià è sostituita da una principessa ammalata d’amore. Tutte servono, più che per mostrare la bellezza degli scacchi, per dare una simpatica dimostrazione del fascino delle serie numeriche.

Queste leggende sono antichissime ed erano conosciute in Europa sin dall’avvento degli Arabi. Catturarono per secoli l’immaginario collettivo, arrivando persino alla mente del nostro sommo poeta. Eh sì, Dante cita gli scacchi nella sua Commedia (ovviamente nel Paradiso!).

Parlando delle scintille (cioè gli angeli) che osserva nell’Empireo, Dante scrive:

ed eran tante, che ’l numero loro

più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.

Paradiso, 28.93

“S’inmilla” è un neologismo dantesco che sta per “moltiplicarsi per migliaia”. Il significato della frase è chiaro: gli angeli erano più di quelli che si otterrebbero raddoppiando la cifra per ogni casella dello scacchiere, erano tanti da moltiplicare quella cifra per migliaia.

Al tempo di Dante, gli scacchi avevano conquistato con successo il pubblico. Le citazioni nei testi dell’epoca sono innumerevoli. Ad esempio, compaiono nel primo testo in lingua italiana che narra le gesta della banda di Re Artù, l’anonimo “Tristano riccardiano”.

La storia è un classico triangolo amoroso: Tristano, cavaliere della Tavola Rotonda, ama Isotta ed è osteggiato dal suo promesso sposo. I due innamorati sono presi da un’ardente passione proprio durante una partita a scacchi. Se per Paolo e Francesca galeotto fu il libro, per Tristano e Isotta lo fu la scacchiera (insieme all’immancabile filtro d’amore).

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Tristano e Isotta giocano a scacchi in una miniatura del 1470

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Proprio negli anni in cui Tristano cercava di possedere la sua bella e Dante si divertiva a dividere i morti tra l’Inferno e il Paradiso, un frate di Asti scelse di usare gli scacchi per un proposito morale.

Siamo nel Medioevo e se c’era una cosa per cui le persone dell’epoca impazzivano (anche più degli scacchi) questa era l’allegoria. «E quale immagine migliore delle 64 caselle?» dovette pensare Jacopo da Cessole, un frate domenicano contemporaneo di Dante. Usò così gli scacchi nei suoi sermoni per propagandare le virtù ai suoi ascoltatori.

Per nostra fortuna, a un certo punto della sua vita, ebbe l’idea di raccogliere questi suoi sermoni in un libro in latino giunto fino a noi, il “Liber de moribus hominum et officiis nobilium super ludo scacchorum” (Libro dei costumi e degli offizii dei nobili sul gioco degli scacchi).

Tutto il libro si basa su una succosa leggenda che data l’origine degli scacchi all’antica Babilonia. Ve la presento in un mio adattamento, in cui ho condensato il testo che occupa parecchi capitoli del libro.

«Al tempo era Re di Babilonia Vilmoderag, uomo lussurioso, ingiusto e crudele; tanto malvagio che del corpo del padre Nabucodònosor fece fare trecento parti e a trecento avvoltoi lo diede in pasto.

Questo Re, fra tutte le malvagità che possedeva, in una era tremendo. Coloro che lo correggevano li uccideva, odiava i rimproveri, lo spingevano alla somma follia.

In quel tempo, c’era a Babilonia un filosofo d’Oriente, il quale veniva chiamato Xerses dai Caldei, che in greco suona come Filometor, che si può tradurre come amatore di giustizia o di misura. La fama di quest’uomo fu tanto manifesta presso i Greci che dopo di lui molti valenti filosofi e amatori della scienza ebbero il suo nome dai loro padri.

Fu un uomo di tanta giustizia che preferì scegliere di morire, piuttosto che continuare a vivere nelle raffinatezze reali mentendo e ingannando, in spregio della giustizia. Vedendo la vita abominevole del re, e non essendoci nessuno tanto ardito da riprenderlo per la sua crudeltà, il filosofo si mise in pericolo di morte, preferendo terminare per la giustizia la sua vita, piuttosto che condurla nell’infamia di sozzi costumi.

Il filosofo ideò allora il gioco degli scacchi per tre ragioni: la prima era correggere il Re; la seconda era per scansare l’ozio; la terza per trovare in molte maniere sottili ragioni.

Il Re si accorse che molti Cavalieri, Baroni e Capitani giocavano a questo gioco, battagliando con il filosofo. Incuriosito si avvicinò, meravigliandosi della bellezza del gioco e della novità dell’insolito sollazzo. Gli venne desiderio di combattere giocando con il filosofo.

Il filosofo rispose che il Re non poteva giocare, se prima non pigliasse forma di discepolo. Il Re, desiderando apprendere il gioco, rispose che era convenevole e prese forma di discepolo.

Allora il filosofo, disegnandogli la forma dello scacchiere, gli espose i costumi che il Re deve avere, e quelli che devono avere i nobili e i popolari, per trarlo a correzione e a informazione di costumi e di virtù. Udendo la sua correzione, per la quale già molti savi aveva fatto uccidere, il Re con un comandamento minaccioso domandò al filosofo cosa c’entrasse con il sopra detto gioco. E il filosofo rispose:

“O Signore mio Re, io desidero che la tua vita sia gloriosa, la quale non posso così vedere se tu non t’armi di giustizia e di buone opere, così che tu sia amato dal popolo. Questo re in questa scacchiera non potrebbe vivere senza gli altri pezzi che gli stanno attorno, siano essi nobili o popolari.

Degli scacchi popolari, il pedone davanti alla torre sul lato di re è lavoratore della terra; quello che è davanti al Cavaliere è fabbro; quello che è davanti all’Alfino è lanaiolo e pellicciaio; quello che è davanti al Re è mercante e cambiavalute; quello davanti alla Regina è medico e speziale; quello che è davanti all’Alfino sinistro è taverniere e albergatore; quello davanti al Cavaliere sinistro è guardia e ufficiale cittadino; quello davanti al Rocco di sinistra è scialacquatore e ladro, anche questo utile per il Re in quanto può servire per spiare e controllare gli avversari.

I pedoni sicuri confinano i limiti del reame: se qualcuno si spinge troppo allargo, rischia di essere catturato. I popolari devono stare intesi alle arti e ai mestieri loro, e con essi servire i nobili a cui stanno dinanzi.

I nobili sono Alfini, Cavalieri e Rocchi. Gli Alfini sono giudici nel Reame. C’è bisogno che due ce ne siano nel reame: uno Alfino nel bianco e l’altro nel nero; uno per le controversie civili e l’altro per le controversie penali. Gli Alfini non si possono mai sovrapporre, perché la giustizia civile non si sovrappone a quella penale.

Per i Cavalieri il loro movimento è cotale che dal quadro di un Alfino bianco possono saltare solo a quello di un Alfino nero e viceversa, perciò devono essere forti non solamente di fortezza di corpo, ma soprattutto di fortezza d’animo.

Vicari, ovvero legati, del Re sono i Rocchi. Siccome il Reame si spande e il Re non può essere presente in ogni luogo, si fece bisogno dei vicari. I Rocchi possono giungere in un istante da una parte all’altra, ma all’inizio sono confinati come in una gabbia dagli altri pezzi.

La Regina possiede sia le funzioni dei Rocchi, onde ella può donare molte cose ai sudditi graziosamente, sia la sapienza degli Alfini.

Tutti questi pezzi, nobili o popolani, difendono la persona del Re come se fosse la propria. Il Re, per quanto il più importante di tutti i pezzi, non può difendersi da solo contro i suoi nemici. Se non mostrerà di avere giustizia, pietà e purezza, chi lo proteggerà dall’attacco del nemico?”.

Il Re, come ebbe udite queste ragioni sopra questo giuoco, pensando come il detto filosofo avesse trovato un modo nobile per correggerlo, mutò il modo e la vita dei suoi costumi. E così avvenne che il Re, il quale prima era disordinato e spietato, divenne giusto e grazioso al cospetto di tutti; perché comprese che condurre vita senza virtù non è opera d’uomo ma di bestia.»

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I “mestieri” dei vari pedoni secondo Jacopo da Cessole

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Chiaramente Jacopo da Cessole, per la sua invenzione, ha ben presente quelle storie che provenivano da Oriente in cui ci troviamo davanti a un re malvagio che deve essere educato. Ciò che però mi colpisce in questo racconto è che per la prima (e forse ultima) volta viene data dignità speciale a ogni singolo pedone, distinguendolo dai suoi compagni e dandogli addirittura una professione.

Jacopo nel suo libro dedica un capitolo a ogni pezzo, singoli pedoni inclusi, continuando con la sua allegoria tra scacchi e vita reale. Ricordo che il libro è una raccolta di sermoni che avevano come ascoltatori eruditi e analfabeti, uomini o donne, a dimostrazione di quanto gli scacchi fossero così entrati nella vita quotidiana da essere intelligibili dall’intero popolo.

Dopo settecento anni, non è calato il loro fascino magico. E seppur il leggendario Re ha ormai smesso di giocar da tempo ed esistano oggi ben più numerosi passatempi per scansare l’ozio, gli scacchi non hanno perso la terza e più bella ragione per cui il leggendario filosofo li ideò: “per trovare in molte maniere sottili ragioni, sia di giuocare, come di parlare e scrivere sopra esso giuoco”.

 

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